I registi Nicola Massella e Sylvie ton Nu al Teatro Satiro Off di Verona
Puntualissimo il maltempo ieri a Verona.

In contemporanea con l’inizio del Salmon Musiforum dedicato all’iconico album The Wall dei Pink Floyd, apertura della 12esima edizione del Bridge Film Festival, si è abbattuto un breve acquazzone accompagnato da forti folate di vento che hanno costretto lo staff a mettere al riparo le attrezzature sistemate lungo l’Adige in Dogana. La natura ha detto la sua. Pronto comunque il piano B: il concerto è stato spostato al Teatro Satiro Off e gli eventi in programma hanno avuto luogo con un comprensibile spostamento di orario.

Cenere alla cenere e plastica al… mare? Seppur con un’ora abbondante di ritardo causa maltempo sono stati proiettati al Teatro Satiro Off i cortometraggi della sezione “Tomorrow’s Journey. Sguardi sul viaggio del futuro: ecologia, cultura, ambiente”. Futuro declinato secondo sfumature diverse, lasciando ampi margini all’immaginazione e soprattutto agli interrogativi degli spettatori. Si potrebbe utilizzare l’immagine di una mano che stringe qualcosa nel tentativo di trattenerla e possederla oppure che lascia andare, perché ritorni nella sua patria onirica o fisica. Gli otto corti offrono un repertorio ampio nella scelta di soluzioni tecniche dove le variabili del mezzo filmico sono sperimentate e mescolate, giocando anche con i grandi cineasti del passato, riaffermandone l’attualità e capacità di anticipare. Lasciamo spazio quindi a riflessioni che lo sguardo ha catturato.
Malvasia di Alessandro D’Emilia (Italia, 2025, 14’) La dolcezza di un frutto che si ritrova anche lontanissimo da casa, in una terra minacciata dal vulcano già distruttore di case. La natura dà e qualcosa bisogna donarle o restituirle per portarla per sempre con sé nella propria temporalità così diversa dall’eternità.

Unless di Antonina Gotfrid (Polonia, 2025, 5’) E se l’umanoide di 2001, Odissea nello spazio, non avesse lanciato l’osso nello spazio? Forse non potremmo farci un giro in Porsche? Un corto d’animazione che citando Stanley Kubrick in cinque minuti porta ogni spettatore a guardare e guardarsi interrogandosi sul progresso. L’eden sarà sempre lì a dispetto dell’umanità?
Mother Mare di Elisa Chiari (Italia, 2024, 9’): Come sarebbe oggi l’idea della donna almeno europea se Penelope, invece di attendere il suo amato Ulisse seduta al telaio, avesse fondato una comunità di sole donne per governare Itaca? Mare, una guardiana di un faro, sull’isola estone Kihnu, dove non ci sono più gli uomini partiti per la pesca o per la guerra e attesi, ci racconta in voice-over la sua quotidianità. La vita scorre tra il bianco abbagliante del ghiaccio e i colori (pochi) dei costumi tradizionali che le abitanti indossano per dedicarsi ad attività manuali al telaio o a danze, sempre con l’idea o la speranza che dallo spazio libero, il mare, riappariranno gli uomini, intanto cristallizzati in dipinti e foto. La nordica Penelope troverà un valido motivo per legittimare e accettare i suoi giorni spesi ad aspettare? Cosa o chi? Documentario definito dalla regista etnografico girato nell’unica realtà di comunità matriarcale esistente oggi in Europa, a Kinu.
Ghosts di Teboho Edkins (Sud Africa, 2024, 9’): chi sono i fantasmi? Gli elefanti che vengono stanati dagli infrarossi di notte, inesistenti di giorno? O gli abitanti di case che sembrano svuotate in una comunità rurale del Sudafrica post-apartheid? Forse non è importante l’esistenza ma la speranza o il ricordo? Almeno fino a quando c’è qualcuno che guardando ne afferma la realtà?
Bobby di Erica Lisio (Italia, 2025, 15’): un cane per dare concretezza ad un passato che sembra non esistere più, cancellato dalla natura con il terremoto che nel 1980 distrusse l’Irpinia e per riallacciare i fili delle proprie biografie, lontane dalla modernità delle pale eoliche che sembrano sfidare alberi stanchi e vecchi. Cosa vedono gli occhi di Bobby?
Fenua di Octave Fargier (Francia, 2025, 14’): qualcuno è rimasto intrappolato in una piega spazio-temporale? Fenua esiste, r(esiste) o è lo sguardo oltre che vede un’alternativa in un ritorno futuro al passato? Natura, cultura e anche religione possono convivere senza annullarsi?
Warriors of the Rainbow di Sylvie ton Nu (Francia, 2025, 8’): e se Cappuccetto Rosso decidesse di andare in giro a raccogliere cicche di sigarette che poi trasformerà in bianche colombe? Chi sono gli invasori contro cui intraprendenti adolescenti decidono di combattere per garantirsi un futuro arcobaleno?
Plasmati (Shaped) di Nicola Massella (Italia, 2024, 14’) Tra un secolo quali saranno le tracce della nostra presenza su questa terra? Suoni, immagini e colori senza dialoghi per seguire il percorso di esseri umani dall’attimo esteso nel tempo in cui prendono forma a quando ritornano nel loro elemento, l’acqua. Riemergono le scene immaginate da Wassily Kandinsky all’inizio dello scorso millennio, quando nel suo tentativo di opera sintetica astratta Der Gelbe Klang immaginava di sollecitare tutti i sensi contemporaneamente per appellarsi allo spirituale presente in ogni individuo.
