Un attimo di felicità può bastare? "Le notti bianche" di Dostoevskij al Teatro Torlonia. Courtesy Ufficio Stampa del Teatro di Roma – Teatro Nazionale
Incontro con la regista Lucia Rocco: solitudine, difficoltà a comunicare se stessi e attualità di un grande classico di Fëdor Dostoevskij.

Le notti bianche ha chiuso la stagione 2025-2026 al Teatro Torlonia di Roma riproponendo questo grande classico della letteratura russa che ci emoziona sempre e ci lascia dentro una malinconia dolce, sospesa, capace di inebriare e, insieme, di pesare sul cuore. Prima nazionale, lo spettacolo ha visto in scena Paolo Cresta nel ruolo del Sognatore e Francesca Piccolo in quello di Nasten’ka, con Andrea Codognato a completare il cast, chiudendo la stagione del Teatro di Roma con tutte le repliche sold out.

In questo episodio incontriamo la regista Lucia Rocco per ripercorrere le scelte che hanno dato forma a questo spettacolo. Il racconto di Dostoevskij — scritto nel 1848, quattro notti e un mattino, due personaggi senza nome — sembrerebbe resistere alle traduzioni sceniche per via della sua stessa natura: è un testo fatto quasi interamente di dialogo, di confessione, di attesa. Eppure, o forse proprio per questo, non smette di tornare sui palcoscenici di tutto il mondo.
Spiega Lucia Rocco nell’intervista:
All’impronta sembra una storia romantica in realtà nel profondo c’è molto di più. È una storia di solitudini. E quale sentimento oggi ci è più familiare?»
La solitudine, dice la regista, è il vero centro gravitazionale del racconto: non l’amore mancato, non l’illusione, ma l’incapacità strutturale di due persone di abitare davvero lo stesso spazio emotivo. Lui guarda lei, ma lei guarda altrove. Gli sguardi non si incontrano mai del tutto.

La chiave registica scelta da Lucia Rocco è quella di non sciogliere l’ambiguità fondamentale del testo: l’incontro con Nasten’ka è reale, o è anch’esso frutto della fantasia del Sognatore? Lo spazio scenico, costituito da pareti bianche spigolose, animate da proiezioni in continua trasformazione, una panchina da esterni dentro uno spazio da interni, è pensato per tenere lo spettatore sospeso tra i due piani senza offrirgli una risposta.
Precisa Lucia Rocco:
Non voglio che ci sia una risposta. Mi piace l’idea che si rimanga con questo dubbio».
Centrale nella messa in scena è la figura di Nasten’ka come ballerina su un carillon, presente fin dall’inizio dello spettacolo. La musica, sempre la stessa, è soggetta a variazioni che traducono gli stati emotivi del Sognatore. Scandisce il passaggio da una notte all’altra e i movimenti della protagonista si sincronizzano con il ritmo che scandisce il tempo che passa: ossessivi quando la musica incalza, esausti quando il carillon sembra scaricarsi. Soltanto alla fine dello spettacolo gli spettatori comprendono che quella danza era fin dall’inizio un passo a due, in attesa di una figura mancante.
C’è poi la domanda che ha tenuto la regista e il suo protagonista su fronti opposti per tutta la lavorazione: «Può bastare un attimo di felicità?» Paolo Cresta, che interpreta il Sognatore, propende per il sì. Lucia Rocco per il no.
La regista ci saluta con questa considerazione:
Un solo attimo credo non possa bastare a nessuno».
Alla domanda centrale del racconto non c’è una sola risposta corretta: dipende dal nostro vissuto, dalla nostra sensibilità, da quello che desideriamo quando ci rapportiamo all’amore. Il segreto e la bellezza de Le notti bianche stanno proprio qui: continuiamo a interrogarci se ci basti davvero una felicità che dura quanto un battito d’ali o se quella stessa felicità ci restituisca, invece, una malinconia profonda.
Credits
Conduzione: Leila Tavi
Ospite: Lucia Rocco, regista de Le notti bianche (Teatro Torlonia, Roma, 2026)
Letture: Franco Iannone Editaggio audiopodcast: Car.San.
Edizione italiana: Fëdor Dostoevskij, Le notti bianche, ed. Oscar Mondadori 1993, a cura di Giovanna Spendal
Foto: Manuela Giusto – Courtesy Ufficio Stampa del Teatro di Roma – Teatro Nazionale
