Palermo, "Tre modi per non morire": Parole come pietre d'inciampo contro l'ignavia del nostro tempo
In questo tempo scandito dalla guerra di “tutti contro tutti” e in cui anche gli attimi sono protagonisti di una deflagrazione di senso dell’ esistenza dell’ intera umanità, per responsabilità dei singoli, ma anche di burattinai che dettano le sorti del mondo sulla base di una visione distorta della vita e manipolano miriadi di coscienze assopite, fa bene disintossicarsi attraverso l’arte rappresentata da Toni Servillo, di recente protagonista di “Tre modi per non morire – Baudelaire, Dante, i Greci” di Giuseppe Montesano, monologo andato in scena al Teatro Biondo di Palermo dal 28 gennaio all’1 febbraio e poi al Teatro Bellini di Napoli dal 4 all’ 8 febbraio, concludendo una tournée iniziata sempre in questo teatro nel gennaio 2023. Le luci dello spettacolo sono di Claudio De Pace.
Prodotto dal Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, “Tre modi per non morire” è un viaggio teatrale che attraversa tre momenti in cui i poeti ci hanno insegnato a cercare la vita. Il recital, scritto da Montesano e interpretato da Servillo, individua nel maudit Charles Baudelaire, nel sommo Dante e nei classici greci gli autori che hanno messo in pratica, e tuttora ci insegnano, l’arte di non morire.
La serata si apre con Monsieur Baudelaire, “Quando finirà la notte?” dove si racconta come la bellezza combatta la depressione e l’ingiustizia; prosegue con “Le voci di Dante”, dove alcuni celebri personaggi della Commedia ci appaiono legati tra loro da un racconto che li illumina a partire dal presente; approda infine a “Il fuoco sapiente dei Greci”, dove poesia e filosofia accendono una visione capace di immaginare il futuro.
“Tre modi per non morire” è un viatico per ritrovare le parole che nutrono la nostra interiorità, interpretate da un attore con tutto il suo corpo e la sua anima. In questi tempi oscuri, incerti e gravosi, nei quali siamo tutti inquieti, impoveriti, spaventati, sentiamo che ci manca qualcosa di cui avremmo un disperato bisogno: ci manca l’amore, ci manca la vita. Ma è grazie alla poesia che possiamo ritrovare la forza e la voglia di vivere.
Nel mese del “Dante Di” ci piace concentrarci su alcuni versi del monologo che costituiscono un invito a leggere la “Divina Commedia” come strumento per attraversare il nostro tempo, non tanto diverso da quello del sommo poeta, da tanti punti di vista.
Dante piange, ha paura, ama, odia, trascinandoci negli abissi della città dolente dell’ Inferno, purificandoci nell’ umile attesa del pellegrinaggio corale in Purgatorio, portandoci alla luce senza fine del Paradiso.
Toni Servillo ci conduce magistralmente e con naturalezza nell’ ascolto preciso e scandito dalle sue parole, ora dal ritmo lento, ora convulso e accelerato, sull’onda impressa dalla tela poetica, ci invita implicitamente a lasciarci attraversare dalle parole di Dante all’ingresso dell’ Inferno, a respirarle e, nel silenzio, a farle risuonare al nostro interno, riscoprendo così il loro intimo e profondo significato.
In particolare, tra le genti dolorose, che hanno perduto il ben dell’ intelletto, il focus va immediatamente sugli ignavi.
“Siamo circondati dagli ignavi, è una folla immensa, ma chi sono questi spettri che vissero senza infamia e senza lode?”
Il monologo risponde proponendo un parallelismo tra il canto III dell’Inferno, di cui sono principali protagonisti, all’ episodio dei Vangeli che vede Gesù tra i Gadareni, in cui gli viene incontro un branco di indemoniati con una richiesta singolare, quella di entrare in un branco di porci: i demoni che per sopravvivere chiedono di entrare nei porci e a cui Gesù, con ironia, acconsente e concede di suicidarsi gettandosi nell’ acqua.
“Nel 22mo Paradiso Dante contempla dall’ alto “l’aiuola che ci fa tanto feroci”.
In un solo verso terribile compaiono Firenze, l’Italia, l’Europa, il mondo gli uomini chiusi dall’odio in una trappola per topi, l’un contro l’altro armati.
Eppure l’aiuola è il giardino che ci rende più felici, è l’Eden ritrovato dal lavoro umano, è dove si coltivano il bene e il bello, ma noi abbiamo devastato e avvelenato il giardino con gli egoismi che godono nel possesso che esclude gli altri.
Solo me. Solo io. Solo mio.
Gli egoismi insaziabili che scatenano la guerra di tutti contro tutti, la guerra politica che si proclama logica, invece è folle. La guerra per il denaro che, invece, svuota e rende servili le anime. E allora la ferocia ci mangia, ci infetta, ci ammala. E allora l’inferno se li ingoia questi demoni meschini che non fanno né il bene né il male, questi porci, nell’episodio del Vangelo, che annegano nel loro stesso vuoto. Gli ignavi, questa massa immensa di miserabili, nell’ Inferno ci viene incontro subito. Gli ignavi, questa folla priva di cuore e di mente, di mostri vicini, idioti. Gli ignavi hanno fatto la loro scelta, non compiendo né il bene né il male. La loro indifferenza impaurita è imperdonabile. Gli ignavi sono i tiepidi che Cristo vomita nell’ Apocalisse dalla sua bocca. Gli ignavi oltrepassano i secoli e balzano fino a in mezzo a voi. Gli ignavi sono la massa di morti in vita che il poeta Eliot vide passare sul ponte di Londra, tornando dalla City. Gli ignavi sono la massa degli uomini d’affari che trattano gli individui come immondizia. Sono i tiepidi che sanno delle stragi e si volgono dall’altra parte. Sono i decervellati che acclamano un tiranno imbecille. Sono quelli che pensano i pensieri che pensano tutti. Sono quelli che per difendere la propria miseria invocano la rovina del prossimo. Gli ignavi non sono più individui, sono una massa, che è un solo essere in cui ognuno imita e invidia ognuno. Gli ignavi sono quelli che non hanno vissuto per mancanza di coraggio. Gli ignavi sono quelli che hanno perso la vita per paura delle passioni, per paura della speranza, della carità, per paura dell’ amore e dell’odio. Sono loro che, pensando “Sono sciocchezze!” in vita, ora non pensano più nulla, perché hanno perduto il “ben dell’intelletto” e non possono morire, perché muore solo chi ha vissuto.
Gli ignavi dicono di essere Cristiani, ma l’autore della Commedia li disprezza perché ha visto la loro falsità. E a questi cristiani ipocriti preferisce un pagano, un pagano che ha avuto il coraggio di vivere con tutto se stesso, un pagano che ha rifiutato di vivere come un ignavo”.
Questo pagano che Dante preferisce come paradigma di umanità agli ignavi è Ulisse, l’eroe della conoscenza, ma possono considerarsi sullo stesso piano anche Virgilio, guida paterna di Dante nel suo viaggio nei tre regni, e Catone, il custode del Purgatorio, icona della libertà politica e interiore.
«Vogliamo dimostrare – spiega Toni Servillo – come si può battere la depressione dei nostri tempi inquieti con la poesia, un antidoto alla paralisi del pensiero chiuso in cloud, a una non vita che ci divora imponendoci nuove regole. Più andiamo indietro e più scopriamo che il futuro è antico».
Tre modi per non morire è uno spettacolo inusuale e a suo modo rivoluzionario, perché pone al centro di una scena vuota un attore e la parola poetica, capace di riattivare sentimenti profondi e dimenticati: «Bisogna toccare le persone con le parole che hanno senso e hanno bellezza – aggiunge Servillo – perché sono un antidoto contro la noia e il vuoto. Baudelaire, ribelle poeta decadente, che si oppone ai falsi miti del progresso; Dante che focalizza l’ignavia e con la Commedia ci sottopone a ogni possibile metamorfosi; e i Greci, con la loro invenzione del teatro e del futuro».
Sperimentiamo, anche attraverso la lettura dei testi proposti, questa Strada che non deluderà.

