The Wizard of the Kremlin
The Wizard of the Kremlin, il nuovo film del regista francese Olivier Assayas, presentato alla ottantaduesima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, porta sullo schermo un racconto che attraversa trent’anni di potere russo.

Il protagonista, Vadim Baranov, interpretato da Paul Dano, è un alter ego ispirato a Vladislav Surkov, lo stratega più influente del Cremlino. Baranov appare come un consigliere enigmatico, capace di orientare l’opinione pubblica con calma e distacco, costruendo dottrine fondate su manipolazione, propaganda e controllo delle masse. La sua visione politica nasce come gioco mediatico, solleticando pulsioni collettive per fini commerciali, ma si trasforma presto in una struttura verticale del potere, che giustifica il bisogno di un tiranno come naturale destino della Russia.
L’altro protagonista è il giovane Vladimir Putin all’inizio della sua carriera politica, interpretato da Jude Law, che porta sullo schermo un Putin dalle fattezze shakespeariane, intrappolanto nei suoi silenzi e nella sua solitudine.
Assayas costruisce il racconto come un mosaico storico, scandito da episodi chiave: la seconda guerra cecena, la tragedia del sottomarino Kursk, l’Euromaidan. La regia mantiene un taglio sobrio, quasi distaccato, che lascia spazio al cinismo del protagonista e alla parabola del Paese.
Il film ha suscitato reazioni contrastanti: c’è chi lo considera un affresco lucido e coraggioso, capace di restituire il senso di una stagione politica dominata dalla manipolazione, altri, invece, criticano l’uso della lingua inglese nella recitazione e la distanza culturale, che rischia di rendere la Russia rappresentata più un riflesso occidentale che una realtà autentica.
Quello che colpisce, però, è il ritratto di Baranov: un uomo senza ideali, che usa la comunicazione come arma letale, dalla televisione fino alla disinformazione digitale. Una figura che diventa il tramite per raccontare non soltanto la Russia, ma la fragilità della democrazia in un mondo attraversato da leader populisti e narrazioni tossiche. Leila Tavi
