Napoli, quando il jazz abbraccia l’anima partenopea: Gonzalo Rubalcaba reinventa Pino Daniele
Di Mario Conforto
Nel cuore di Napoli, nella solenne cornice di Palazzo San Giacomo, nel giorno che segna il settantunesimo anniversario della nascita e l’onomastico di Pino Daniele, prende forma un progetto che travalica la dimensione celebrativa per farsi atto creativo e ponte culturale. La presentazione dell’album ‘Gonzalo plays Pino’ affida al pianismo raffinato di Gonzalo Rubalcaba il compito di reinterpretare un repertorio che appartiene ormai alla memoria collettiva italiana.
L’iniziativa, inserita nella rassegna Napoli Città della Musica, non si limita a omaggiare un artista, ma rilancia la vocazione della città come crocevia internazionale di linguaggi sonori. A guidare il racconto pubblico dell’evento è stato il giornalista Federico Vacalebre, mentre istituzioni e protagonisti della scena musicale hanno sottolineato la portata simbolica e produttiva del progetto.
Il sindaco Gaetano Manfredi ha evocato con parole dense la cifra artistica di Daniele: «La sua musica rappresenta l’anima più autentica della città, una fusione irripetibile tra tradizione e innovazione». Un riconoscimento che si estende alla presenza di Rubalcaba, la cui adesione testimonia una rinnovata centralità culturale di Napoli nello scenario globale.
Sulla medesima linea, l’assessore Teresa Armato ha insistito sul valore dinamico dell’eredità danieliana, definendo il disco «non soltanto un tributo, ma un motore per il turismo culturale». Parole che riflettono una visione in cui l’arte diventa leva economica e diplomazia culturale.
Di particolare interesse è la prospettiva espressa da Ferdinando Tozzi, che individua nel progetto un tassello di una strategia più ampia: la costruzione di un ecosistema produttivo capace di connettere talenti locali e circuiti internazionali. Un disegno che trova concreta attuazione nella collaborazione con il direttore artistico di Pomigliano Jazz, Onofrio Piccolo, e con un collettivo di musicisti partenopei.
Ma è nelle parole dello stesso Rubalcaba che il progetto rivela la sua dimensione più intima: «Avvicinarmi a questa musica è stato come ritrovare la mia anima caraibica nel Mediterraneo». In tale dichiarazione si coglie il nucleo estetico dell’operazione: la trasfigurazione di un patrimonio locale in grammatica universale, dove le strutture armoniche del jazz dialogano con la cantabilità napoletana, generando nuove architetture sonore.
Dal punto di vista critico, ‘Gonzalo plays Pino’ si inserisce in quella tradizione di riletture che non si limitano alla citazione, ma operano una vera e propria rifondazione semantica del materiale musicale. Le composizioni di Daniele, già intrise di blues, vengono qui attraversate da pulsazioni afrocubane, con esiti che la critica internazionale ha spesso definito «eleganti e profondamente rispettosi, pur nella libertà interpretativa».
Ne emerge un lavoro che evita ogni rischio di manierismo celebrativo: la cifra stilistica di Rubalcaba, fatta di virtuosismo controllato e tensione lirica, si pone al servizio di una narrazione sonora che rinnova senza tradire. Napoli, ancora una volta, si conferma non soltanto custode di memoria, ma officina viva di creazione, capace di trasformare il proprio passato in materia fertile per il futuro.
