Napoli, il tempo dell'ascolto: Giulio Martino e la sfida di raccontare il jazz
Di Mario Conforto
Dal Monastero delle Trentatré a Palazzo Donn’Anna, il sassofonista napoletano racconta il suo modo di vivere il jazz tra memoria, improvvisazione, cinema e nuove generazioni.

«Il jazz non è soltanto una musica da ascoltare: è una storia da raccontare, un’esperienza da condividere e un esercizio di libertà». È da questa convinzione che prende forma il percorso artistico di Giulio Martino, sassofonista, compositore e docente del Conservatorio di San Pietro a Majella, tra le figure più autorevoli della scena jazzistica italiana.
Da anni impegnato in una costante attività di ricerca, divulgazione e sperimentazione, Martino ha saputo trasformare il concerto in un luogo d’incontro tra musica, cultura e memoria, avvicinando al jazz un pubblico sempre più ampio. Dai fortunati appuntamenti di “Incontri Jazz” ai più recenti progetti che intrecciano cinema, letteratura e improvvisazione, il musicista napoletano continua a esplorare nuove forme di racconto senza mai perdere di vista l’essenza più autentica della sua arte.
In questa intervista parla del valore dell’ascolto, del rapporto con le nuove generazioni, dell’importanza del silenzio, dell’improvvisazione come atto creativo e di una musica che, ancora oggi, considera il linguaggio più autentico della libertà.
Giulio, nei tuoi progetti il jazz non è mai soltanto musica. C’è sempre una componente narrativa, quasi pedagogica. Quando hai capito che raccontare il jazz era importante quanto suonarlo?
Dietro una composizione c’è sempre una storia. Non è necessario conoscerla, ma saperla può essere utile innanzitutto al musicista, per dare il carattere giusto all’esecuzione. Nel tempo, il confronto con il pubblico mi ha portato a notare che fornire anche pochi elementi sui brani che suonavo contribuiva a creare maggiore attenzione.
“Incontri Jazz” è diventato negli anni un appuntamento molto seguito. Da dove nasce l’idea di accompagnare i concerti con racconti, immagini e approfondimenti storici?
Raccontare il jazz in modo semplice e accattivante è stata una scommessa condivisa con Francesco Galluccio dell’Associazione L’Atrio delle Trentatré. Siamo convinti che un concerto jazz non debba necessariamente rivolgersi a un pubblico elitario e preparato e che, con poche informazioni, sia possibile fornire gli strumenti per un ascolto più consapevole. Proviamo a raccontare un mondo complesso e, per molti, misterioso: quello del jazz. Le immagini, inoltre, consentono allo spettatore di immergersi nella narrazione e di sognare a occhi aperti. La successiva collaborazione con Dissonanzen ha sicuramente contribuito ad ampliare la partecipazione di un pubblico interessato ai nostri incontri.
In un’epoca dominata dalla fruizione veloce e dagli algoritmi, pensi che il pubblico abbia ancora il desiderio di ascoltare una storia oltre che una performance musicale?
È stata questa la vera scommessa: dimostrare che la cura e l’amore che abbiamo messo in questi incontri avessero il potere di rallentare il tempo dell’ascolto musicale.Il successo riscosso a ogni appuntamento, con numeri superiori a ogni aspettativa, è la conferma che un ascolto profondo e attento è ancora possibile.
Quest’anno avete dedicato una serata al 1959, considerato l’anno che ha cambiato la storia del jazz. Se dovessi indicare un momento altrettanto rivoluzionario per il jazz, quale sceglieresti?
Sicuramente il bebop, sotto certi aspetti, lo è stato ancora di più. La cosa sorprendente del 1959 è la presenza contemporanea di tantissimi capolavori. In fondo, il jazz, per la sua inquietudine e la sua continua ricerca, è sempre rivoluzionario.
Tra Miles Davis, John Coltrane, Charles Mingus e Ornette Coleman, chi continua ancora oggi a parlare con maggiore forza ai giovani musicisti e perché?
I nomi che hai citato continuano a essere, per ragioni diverse, punti di riferimento per i giovani. Davis aiuta a guardare avanti, Coltrane a guardare dentro di sé, Mingus a guardarsi intorno, Coleman a guardare oltre, con coraggio.
“Round Midnight”: il cinema sembra occupare un posto sempre più centrale nella tua ricerca. Che cosa accomuna il linguaggio cinematografico e quello jazzistico?
Parliamo forse del film più bello mai realizzato sul jazz. È stata un’occasione preziosa per parlare di Bud Powell e del jazz in Europa negli anni Sessanta. Il rapporto tra jazz e cinema è intenso e profondo. Basti ricordare “Ascensore per il patibolo”, con la musica di Miles Davis, o le grandi composizioni di Michel Legrand per il grande schermo.
Il jazz nasce come linguaggio della libertà. Oggi, in una società sempre più standardizzata, conserva ancora questa funzione?
Il jazz è libertà. Sempre.
Sei docente al Conservatorio di San Pietro a Majella. Qual è la principale differenza tra gli studenti di oggi e quelli che incontravi vent’anni fa?
Su un piano più profondo ritrovo sempre la stessa bellezza nella loro passione per il jazz. Sul piano puramente didattico, invece, le opportunità e le informazioni offerte dal web rappresentano, paradossalmente, talvolta un limite. Il tempo e la ricerca nello studio spesso fortificano e consolidano le conoscenze. Sono convinto che uno studio “antico”, basato sull’ascolto dei grandi maestri, resti ancora il modo più efficace per crescere. Oggi, però, è più difficile far comprendere questo approccio.
Molti giovani musicisti possiedono una tecnica straordinaria. È ancora possibile insegnare la personalità artistica e la capacità di trovare una propria voce?
Sono aspetti che non sono direttamente collegati allo studio, ma piuttosto alle esperienze e ai contesti professionali che si frequentano. Da giovane ho avuto la fortuna di incontrare musicisti che consideravano imprescindibili il suono e il linguaggio. Credo che sarà così anche per i tanti giovani jazzisti di talento di oggi.
Napoli ha sempre avuto un rapporto speciale con il jazz. Quali caratteristiche della cultura napoletana ritrovi in questa musica apparentemente nata così lontano?
Non so se Napoli abbia davvero un rapporto speciale con il jazz. Non ne sono convinto. Posso però dire che Napoli ha un rapporto speciale con la musica, con la melodia e, in tempi lontanissimi, anche con la musica improvvisata. Ci sono musicisti napoletani che hanno brillantemente coniugato il jazz con elementi della propria cultura ma, in fondo, il jazz è così: accogliente. Basta non fare confusione. A volte il jazz non c’entra nulla.
Da sassofonista, quale rapporto hai sviluppato negli anni con il silenzio? C’è stato un momento della tua maturazione artistica in cui hai capito che una pausa può essere eloquente quanto una nota?
Senza citare Miles Davis o altri grandi maestri, è evidente che esiste un rapporto intimo tra melodia, timbro e pausa. Sono elementi connessi e, spesso, la pausa è necessaria per esaltare tutto il resto.
Nei tuoi progetti emerge spesso il tema della memoria. Che ruolo ha la memoria nella creazione artistica contemporanea?
Non tutti i miei progetti si fondano sul racconto. Il progetto VERSUS, ad esempio, con Jasevoli, Faraò, Schiano Desiato, Aquino e il fonico Pone sul palco con noi, si basa su un concetto completamente diverso, nel quale non trovano spazio né la memoria né il racconto. La musica è imprevedibile, si adatta continuamente e torna alla sua natura originaria: istinto, immediatezza e invenzione collettiva. Anche i dischi realizzati con Scrignoli e Laviano, o quelli con il pianista Arrigo Cappelletti, si basano su un approccio all’improvvisazione quanto più possibile libero dal pensiero e dal ricordo.
“Incontri Jazz” si svolge in un luogo particolare come il Monastero delle Trentatré. Quanto influisce lo spazio sull’esperienza dell’ascolto?
“Incontri Jazz” non poteva avere una cornice migliore. Ogni concerto si apre con una presentazione del luogo, della sua storia e del suo ruolo attuale. È un monastero ancora abitato da monache di clausura ma che, accanto alla dimensione contemplativa e di preghiera, vive oggi una maggiore apertura verso chi cerca aiuto e conforto. Sapere tutto questo, e sapere che le monache si avvicinano alla sala per ascoltare meglio il concerto, influenza profondamente anche me.
C’è un musicista che avresti voluto incontrare e intervistare personalmente, più ancora che ascoltare dal vivo?
Wayne Shorter. Le sue risposte alle interviste sono sempre surreali. Mi sarei divertito molto.
Dopo tanti anni di concerti, insegnamento e ricerca, che cosa ti emoziona ancora quando sali sul palco?
Mi emoziona l’interplay che si crea con alcuni musicisti. È qualcosa di davvero incredibile. Sono momenti nei quali percepisco con forza la fortuna di essere un musicista.
Guardando al futuro, quale progetto sogni ancora di realizzare e che non hai avuto modo di portare in scena?
Più che a un progetto specifico, mi piace pensare di continuare a partecipare a tante esperienze diverse, non necessariamente ideate da me. Trovo stimolante e divertente confrontarmi con altri artisti e scoprire nuovi suoni. Pochi giorni fa mi sono ritrovato a improvvisare accompagnato da sedici violoncelli, un trombettista e un batterista nel bellissimo progetto “Violoncelliade” di Luca Signorini. Ecco, questo mi piace.
Se dovessi spiegare a un ragazzo di vent’anni, in una sola frase, perché ascoltare jazz nel 2026, cosa gli diresti?
Insisti, ne vale la pena.
Infine, qual è la tua personale “bellissima ossessione”?
Il suono del sax.
