Melpignano (LE) La notte della taranta 2025

Melpignano, notte di agosto. Un tamburello batte, e 150mila cuori si fermano
C’è un momento magico in cui il tempo si sospende. È quando il primo colpo di tamburello rompe il silenzio di Melpignano e senti che qualcosa di profondo sta per accadere. ll rap si intreccia con la pizzica come fili di un tessuto antico che improvvisamente torna a vivere. Sono le prime note della 28esima Notte della Taranta, e già capisci che questa volta è diverso.
Sul palco gli artisti si stringono in un abbraccio corale, con l’Orchestra Popolare che fa da quinta scenografica vivente. L’immagine è di quelle che restano impresse: un manifesto umano che dice senza parole che la musica popolare è tornata al centro, dopo anni di vagabondaggio tra compromessi e concessioni al mainstream.
Il Suono del Ritorno a Casa
David Krakauer l’aveva promesso durante le prove, e ora mantiene la parola. Il maestro newyorkese non è venuto in Salento per colonizzare ma per innamorarsi, e si sente in ogni nota del suo clarinetto che danza tra i brani senza mai sovrastare, sempre al servizio di voci che portano in sé secoli di storia.
Quando parte la “Pizzica di Aradeo” contaminata dal rap di Sarà Mk, capisci subito che la qualità è tornata protagonista. Non è più la televisione a dettare i tempi, ma la musica che scivola fluida, cristallina, sulle voci femminili dell’orchestra che cantano “Mujerima per la musica è pazza” come un inno alla follia necessaria dell’arte.

Le Lacrime di Giuliano
Poi sul palco arriva Giuliano Sangiorgi, e negli occhi ha quella luce particolare di chi sa di essere a casa. Dedica alla Taranta la fiaba de “Lu carcarulu”, poi si abbandona all’estatica “Quannu te llai la facce” mentre il clarinetto di Krakauer gli fa da compagno nostalgico in un arrangiamento che sa di sogno. E quando risuona “Lu Rusciu de Lu mare” – come sette anni fa – senti che il cerchio si è chiuso, che qualcosa è tornato al suo posto.
Stefania Morciano canta “Sta strada” con una maestria che fa tremare la voce, e in quel momento diventa chiaro il miracolo che Krakauer sta compiendo: non trasforma, valorizza. Non inventa, riscopre. Le voci storiche dell’Orchestra non sono mai state così centrali, così vive, così necessarie.
Il Ritorno degli Eroi
È quando Antonio Castrignanò risale sul palco che l’emozione diventa palpabile. Anni di assenza pesano come macigni, ma bastano le prime note della sua “Aria Gaddhipulina” per cancellare tutto. La sua voce, potente come un canto “alla stisa” – quella è la sua specialità – recita parole che suonano come una confessione: «a volte me ne vado ma poi ritorno». E tu ci credi, perché in quella voce c’è tutta la verità del mondo.
Anche Ema Stokholma si commuove, lo vedi nei suoi occhi quando Castrignanò intona “Funtana gitana”. È il momento in cui capisci che questa non è più televisione, è vita che pulsa, è memoria che si fa presente.
I Custodi della Tradizione
Uno dopo l’altro salgono i custodi della tradizione: Giancarlo Paglialunga con la sua “Pizzica di San Vito”, Enza Pagliara che fa danzare “None none nanna”, Dario Muci – la novità dell’anno – che con “Nunna nanna” dimostra che la tradizione sa ancora generare nuovi figli. Antonio Amato incendia letteralmente Melpignano con “La coppula”, mentre la voce pura e potente di Alessandra Caiulo in “Furtuna” sembra chiamare gli dei del Mediterraneo.
Ninfa Giannuzzi segna un altro ritorno storico con “Nazzu nazzu”, e ogni sua nota è un ponte gettato tra passato e futuro. Consuelo Alfieri riconferma la sua solarità con “Pizzicarella”, e tu realizzi che questi non sono solo artisti: sono sciamani che custodiscono l’anima di un popolo.
Le Contaminazioni del Cuore
Ermal Meta porta la sua sensibilità cantautorale con “Mediterraneo” e “Lule Lule”, e quando dice «siamo sotto lo stesso cielo ma anche nello stesso mare» non sta facendo retorica: sta dicendo una verità che in questo momento storico suona come una preghiera.
Serena Brancale fa sua “Anema e core” e la pizzica barese “All’acque, all’acque” con una freschezza che sa di brezza marina, mentre la siciliana Anna Castiglia regala momenti di pura bellezza con “Ghali” e l’indimenticabile “Beddha ci dormi”. Settembre porta “Vertebre”, quel brano che ha conquistato la critica a Sanremo, e anche qui si sente che non è esibizione ma condivisione.
Il Fuoco Sacro

Ma è quando arriva il Canzoniere Grecanico Salentino che il concertone raggiunge la sua temperatura più alta. “Pizzica indiavolata” dura sette minuti che sembrano un’eternità beata, musica pura e ipnotizzante che trasforma Melpignano in un tempio all’aperto. Poi “Lu giustacofane”, e quando Mauro Durante grida “Viva la pace, salviamo la Palestina” capisci che la musica popolare non può mai essere neutrale: deve schierarsi, deve dire, deve urlare.
Il Corpo che Danza
Le coreografie di Fredy Franzutti aggiungono un livello di ricerca mai visto prima: movimenti e abiti studiati con rigore filologico che fanno del palco un museo vivente. Il ballo in piazza diventa liturgia collettiva, i corpi che si muovono sono la traduzione fisica di un’emozione che le parole non riescono a contenere.
Le Voci Nuove dell’Antico
L’anteprima di “Saluterò di nuovo il sole” di Domenico Turi suona come una promessa, mentre “Der Heyse bulgari aremu” creato da Krakauer per questa serata è la dimostrazione che la creatività può sposare la tradizione senza tradirla. SarahMK con “Salento Square Dance” chiude il cerchio delle collaborazioni internazionali che hanno reso possibile questo miracolo.
Il Grido di Gaza
Poco prima della fine, il momento più struggente: Tara sale sul palco con la maglietta della Palestina e intona “Araba Fenice”. La sua voce porta un messaggio che va dritto al cuore, una melodia che è insieme lamento e speranza, dolcezza e potenza. Parla di Gaza senza bisogno di spiegazioni, perché la musica quando è vera sa dire tutto quello che la politica non riesce a esprimere.
La Pace dei Sensi
Poi la fine, catartica come solo le cose belle sanno essere. “Kalinifta” chiude la serata pacificando gli animi, e mentre gli ultimi echi si spengono nella notte di Melpignano, realizzi di aver assistito a qualcosa di speciale: il momento in cui la Notte della Taranta ha ritrovato la sua anima, quella che aveva smarrito negli anni del compromesso e della televisione a tutti i costi.
Krakauer se ne andrà, come tutti i maestri concertatori prima di lui. Ma questa notte ha dimostrato che quando si torna alle radici senza paura, quando si valorizza senza tradire, quando si contamina rispettando, la musica popolare può ancora far tremare la terra sotto i piedi di 150mila persone. E farle sentire, per qualche ora magica, parte di una stessa, immensa famiglia che danza sotto le stelle del Salento.
