Melpignano (LE) , la notte in cui il Mediterraneo si è preso il palco
Ci sono ritualità che non si spiegano. Bisogna essere lì, nel prato davanti all’ex Convento degli Agostiniani, con il caldo che alle undici di sera non ha ancora mollato la presa e la camicia appiccicata alla schiena, per capire perché decine di migliaia di persone continuino a presentarsi a Melpignano ogni fine agosto. Non si viene per vedere un concerto. Si viene per lasciarsi prendere da un ritmo che non concede tregua, per ballare fino a quando le gambe cedono e la testa si svuota.

La pizzica, prima di diventare spettacolo, è stata intesa come prassi di cura. Serviva a estrarre il veleno dal corpo delle tarantate, ma anche — più prosaicamente, più umanamente — a far uscire la rabbia, la fatica, l’ingiustizia di una vita di stenti. Si ballava fino allo sfinimento e poi ci si lasciava cadere a terra, pacificati. È su queste basi, da questa radice viscerale che ventinove anni fa è nato il Concertone, e ieri sera, davanti a oltre 150mila persone, il rito si è compiuto un’altra volta.
Con una differenza non da poco: per la prima volta nella sua storia, La Notte della Taranta è entrata nel circuito dell’Eurovisione. La pizzica salentina, nata sull’aia a fine raccolto, ha viaggiato oltre confine insieme alla diretta di Rai3, che ha registrato il 9,27% di share con più di 900mila spettatori, e alle trasmissioni su Rai Radio2, RaiPlay e San Marino RTV.
L’apertura è stata solenne e perfettamente calibrata. L’Inno d’Italia riarrangiato da Ermal Meta, scandito dai tamburelli dell’Orchestra Popolare, mentre sui maxischermi scorrevano le immagini delle teche Rai del 2 giugno 1946: ottant’anni di Repubblica raccontati in pochi minuti, senza retorica. Poco dopo Alessandra Caiulo ha intonato Fior di libertà, il brano che il giovane compositore Simone Frezza ha costruito sulle parole di Piero Calamandrei, dedicato alla nascita della Repubblica e al primo voto delle donne italiane.
Poi la piazza si è accesa davvero, ed è successo con Alessandra Amoroso e la sua interpretazione di Santu Paulu meu de le tarante : nella sua voce l’omaggio alla propria anima salentina. L’abito che indossava — firmato dalla stilista Marina Eerrie, tessuto in rilievo realizzato dal laboratorio “Le Costantine”, orecchini-tamburello di futuro Remoto — citava con precisione filologica le tarantate fotografate negli anni Cinquanta da Chiara Samugheo e Franco Pinna. Il corpino stringeva una sottoveste bianca a simboleggiare l’oppressione da cui la taranta liberava. «Questo abito è per me la celebrazione del lavoro, dell’impegno, della dedizione, dell’amore e della storia delle donne della mia terra», ha detto la cantante.
Il cuore però batte sempre nello stesso posto, e lo si trova fra i solisti dell’Orchestra Popolare. Antonio Amato, Dario Muci, Salvatore Galeanda, Consuelo Alfieri, Alessandra Caiulo, Ninfa Giannuzzi, Enza Pagliara, Giancarlo Paglialunga, Stefania Morciano: sono loro i custodi della materia grezza, ed è grazie a loro che il tema del Mediterraneo scelto per questa edizione ha smesso di essere una cornice teorica per diventare carne e suono.
Consuelo Alfieri ha trasformato Lu rusciu de lu mare in un lamento per i morti in mare. Giancarlo Paglialunga ha rilanciato con l’affondo ritmico della Pizzica di Sannicola. Enza Pagliara ha portato le radici verso nord con una tarantella del Gargano da capogiro. Antonio Amato, in Aria Gaddhipulina, è stato quello che è sempre: un trascinatore che canta, balla e anima la piazza e Alessandra Caiulo ha riletto Dammi lu ricciu come una ballad pop per lanciare un monito pacifista netto — «noi scegliamo le mani per salvare la gente, contro le armi».

Sopra tutto questo, la direzione di Ermal Meta. Nato in Albania, cresciuto a Bari dai tredici anni, il maestro concertatore ha una biografia che coincide col tema della serata: il mare nostrum non come confine ma come luogo di approdi. La sua scelta è stata far dialogare pizziche, canti di lavoro e stornelli con il fado, il pop, il rock e l’urban, senza che nessuno dei due mondi facesse da sfondo all’altro. Gisela João ha portato il fado di Louca e ha poi affrontato l’antico canto d’amore La cerva con una voce che sembrava arrivare da un’altra stanza della stessa casa. Levante ha reso Beddha ci dormi una ninna nanna malinconica, cullata dalle coreografie di Fredy Franzutti — il momento più drammatico e più bello del corpo di ballo, che nel corso della serata ha anche rievocato in modo spettacolare l’antica danza delle spade. Maria Mazzotta è tornata a Melpignano dopo sedici anni con Libru d’amore e Amoreamaro. Sayf ha infiammato la piazza con Menamenamò, Welo ha rivendicato la sua Core meu.
Meta si è ritagliato uno spazio anche per sé, e ha fatto bene: Cent’anni sale, il canto arbëreshë Lule lule e soprattutto Nu simu nienti, inedito scritto in dialetto salentino, brano ruvido dedicato alle comunità che resistono a chi vuole espropriarle della propria terra. Presentato dal vivo per la prima volta, è suonato come la vera tesi della serata.
Dopo tre ore abbondanti, il Concertone si è chiuso nel segno della tradizione : tutti sul palco per Kalinitka, il canto griko della buonanotte, con quel «larilolarilollalero» che non ha bisogno di traduzione. Le luci si sono abbassate, le telecamere si sono spente, e nella notte umida di Melpignano i tamburelli del pubblico hanno continuato a suonare, per le strade del centro griko.
La macchina organizzativa, va detto, ha funzionato in maniera impeccabile, con precisione millimetrica tra brani forsennati e momenti struggenti. I visual di Sergio Pappalettera e il Tarantype di Lorenzo Marini — l’alfabeto mediterraneo ispirato alle cementine — hanno fatto scorrere sui ledwall le parole chiave dei brani, trasformando il palco in un promemoria visivo.

Sul fronte digitale, il progetto ha superato i 43 milioni di visualizzazioni complessive tra sito e social, contando anche le venti tappe del Festival Itinerante, con oltre un milione di interazioni su Facebook, Instagram e TikTok e più di 27mila nuovi follower. Il sito ufficiale ha registrato oltre 101mila utenti attivi, con connessioni da Svizzera, Germania, Francia, Regno Unito, Spagna, Belgio, Paesi Bassi, Grecia e Stati Uniti. Il pubblico è sempre più giovane: prevale la fascia 18-34.
«Il viaggio nelle vie del Mediterraneo ci ha ricordato che le identità non sono confini chiusi, ma storie che si incontrano, si contaminano e si arricchiscono reciprocamente», ha commentato Massimo Bray, presidente della Fondazione La Notte della Taranta. Che ha già lo sguardo sul prossimo anno: nel 2027 arriva la trentesima edizione.
Trent’anni di un rito che non ha mai smesso di essere quello che era. Un modo per stare insieme, sudare, gridare e poi lasciarsi cadere a terra, esausti e in pace.
