La valle dei sorrisi. Film al cinema
Il piccolo e remoto paese di Remis, incastonato tra le montagne, è un luogo in cui gli abitanti sembrano vivere immersi in un’ininterrotta felicità. Per Sergio Rossetti, giovane insegnante di educazione fisica segnato da un passato tormentato, il villaggio appare inizialmente come un rifugio ideale, una possibilità di nuova vita lontano dalle ombre della sua storia personale. La perfezione apparente tuttavia nasconde verità inquietanti. Sergio viene lentamente introdotto alla realtà nascosta grazie a Michela, giovane proprietaria della locanda locale. Attraverso il loro incontro, l’insegnante scopre che ogni settimana, in una notte segreta, l’intera comunità si riunisce in un rituale silenzioso per abbracciare Matteo Corbin, un adolescente capace di assorbire il dolore degli altri. Questo dono, che allevia la sofferenza collettiva, consuma progressivamente il giovane, rendendo il suo ruolo di “angelo di Remis” estremamente ambiguo. Il tentativo di Sergio di liberare Matteo dal destino imposto dalla comunità scatena conseguenze imprevedibili. Dietro la gentilezza superficiale degli abitanti emerge un lato oscuro, e il confine tra altruismo e violenza, tra protezione e ossessione, diventa sempre più sfumato. L’horror diventa come specchio della realtà. Presentato Fuori Concorso alla 82ª Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, arriva nei cinema italiani dal 17 settembre LA VALLE DEI SORRISI di Paolo Strippoli dopo Piove.
Si tratta di un lungometraggio che mescola generi, dall’orrore al thriller fino al dramma, esplorando il confine tra dolore e redenzione. Prodotto da Fandango, Nightswim e Spok Films, il cast è composto da Michele Riondino, Paolo Pierobon, Romana Maggiora Vergano Sergio Romano, Anna Bellato, Sandra Toffolatti e con Roberto Citran e per la prima volta sullo schermo Giulio Feltri. Il film riflette sull’amore che guarisce, ma a un prezzo, sull’importanza del dolore nella vita e sul coraggio necessario a non conformarsi alla felicità imposta. «La valle dei sorrisi nasce dal desiderio di esplorare l’horror non come semplice dispositivo di tensione, ma come spazio simbolico per raccontare la fragilità dell’identità e il bisogno disperato di appartenenza – ha dichiarato il regista -. In una comunità apparentemente idilliaca, dove il dolore è
bandito e la serenità è una religione, si consuma il percorso di Matteo: adolescente queer, corpo sacrificale e, al tempo stesso, entità redentrice. Il film è un’indagine sulla crescita come mutazione profonda, ma anche sulla paternità come forma ambigua di protezione, controllo e rispecchiamento. Le figure paterne – biologiche, surrogate, spirituali – si alternano nel tentativo di colmare un vuoto. Lontano dagli archetipi del coming of age canonico, questo racconto mette in scena la formazione come perdita dell’innocenza e come atto di resistenza. È un film sull’amore che cura, ma a caro prezzo. Sull’importanza del dolore nelle nostre vite. E su chi ha il coraggio di non sorridere».
