ERIKAH BADU in concerto Milano

Milano, 7 novembre. L’Alcatraz ha ospitato la prima data italiana di ‘The Return of Automatic Slim Tour: Erykah Badu Mama’s Gun ’25‘, l’atteso tour europeo della regina del Neo Soul. Quello che è successo sul palco non è stato solo un concerto, ma un’esperienza trascendente, che travolge e fa riconsiderare cosa trasmetta la ‘musica pura‘: cantata e suonata con l’anima e il cuore, la considererei una regina anche su tanti altri fronti, una potenza che arriva dritta alle orecchie provocandoti un vuoto allo stomaco e che ti fa pure rivalutare i concerti a cui sei già stata. Sono sicura nel dire che un concerto così non solo non l’ho mai visto, ma che neanche me l’aspettavo. Sì, perché nel mio immaginario Erykah Badu è una regina enigmatica, a tratti spirituale, e sognando da anni di vedere un suo concerto, credevo avrei assistito ad un live all’insegna del soul e della musica strumentale. Lo è stato, ma con un’energia diversa, sempre in crescendo.
Nata Erica Abi Wright, classe 1971 e cresciuta in Texas in una situazione familiare non semplice, vive di arte sin da piccola grazie alla professione attoriale della mamma: canta, balla, dipinge e sperimenta il freestyle nel pieno della sua adolescenza, in quel periodo in cui l’hip hop prendeva piede nel mondo musicale. Il suo genio si manifesta semplicemente col suo nome d’arte: Erykah, in cui il suffisso “kah” si traduce dall’egiziano con il significato di “luce interiore” – che effettivamente ha da vendere – e Badu, originalissima reinterpretazione di ba doo, fraseggio tipico del jazz, ma anche dall’arabo “verità e luce” – elementi spesso presenti nei suoi testi.
Nel 1997 raggiunge la fama con il suo primo album di debutto, Baduizm, che raggiunge vette altissime nonostante venga considerato un album controcorrente per il mainstream dell’epoca, tanto da paragonarla a Billie Holiday. Erykah Badu è sempre stata una supernova capace di distinguersi dalla massa discografica del pop anni 2000 riscuotendo sulla sua scia consensi da colleghi e critica nel corso della sua carriera. Nel 2000 viene poi pubblicato Mama’s Gun, prodotto dall’influente collettivo dei Soulquarians, che mostra sempre di più il suo splendore. A 25 anni dalla sua pubblicazione, ecco che riporta la sua magia sul palco.
Tre date italiane, 7 e 8 novembre all’Alcatraz di Milano – entrambe sold out – e una il 10 novembre all’Auditorium Parco della Musica a Roma. Per la prima, Erykah Badu sale sul palco scatenando l’entusiasmo dei fan in pista. Sì, perché fin dall’inizio il concerto è stato un perfetto connubio tra musica autentica e coinvolgimento sfrenato da parte della cantante, con un gruppo alle spalle che ci ha accompagnato in maniera magistrale in un vero e proprio viaggio per occhi, orecchie e anima. Per di più questo live ha un mix generazionale che non ho mai trovato negli altri e lo apprezzo molto: vedere persone di età diverse che si emozionano insieme, che cantano le stesse canzoni con occhi diversi ma lo stesso trasporto, mi dà un senso di connessione autentica. È come se per una sera il tempo si fermasse e ognuno portasse il proprio vissuto a vibrare nella stessa frequenza. C’è qualcosa di profondamente umano in questo intreccio di storie, di sguardi, di generazioni che si riconoscono senza bisogno di parole.

In molti la definiscono un’aliena e se penso alla serata di venerdì effettivamente non mi viene in mente altro: questa donna carismatica e ipnotica, arrivata con il suo tipico stile mai banale e con i suoi green eyes che brillavano fino alla fine della sala. Suona tastiera, una sorta di nacchere, una chitarra stesa e si sente lontano un miglio che la sua non è solo voce: quel che canta arriva direttamente dal cuore e lo trasmette in modo palese. La straordinaria coesione della sua band nel guidare il ritmo incessante dei suoi brani, ha elevato ogni brano a una jam session impeccabile. A un certo punto ci saluta e, incredula, dice: “25 anni? Ci credete?“, eppure per tutta l’energia che c’è attorno, l’album sembra uscito ieri: il repertorio spazia tra tracce di Mama’s Gun come “Didn’t Cha Know“, “Penitentiary Philosophy“, “... & On“, “Green Eyes“, “Time’s a Wastin’“, “Bag Lady” a momenti di conversazione e coinvolgimento, brevi svestizioni del suo outfit stratificato e giochi di luce d’effetto che hanno reso le due ore di concerto un breve ma intenso viaggio in una moltitudine di universi paralleli.
Tutto è stato sublime: la scaletta eseguita alla perfezione – talmente tanto che ad Orange Moon sentivo i piedi sollevarsi da terra –, la sua presenza e vicinanza sul palco, la band, tutto. Non scherzo quando dico che non ho mai assistito ad un concerto così. Ogni brano sembra essere studiato per avere un’identità propria, un portale da una dimensione musicale all’altra, da un pezzo più energico ad un altro più introspettivo. Non mi aspettavo nulla di diverso ma neanche così potente. È questa la magia di un live riuscito bene: dare ancora più valore a un’artista che vale più di quanto ci si aspetti. Sembra impossibile ma Erykah Badu ci è riuscita. Sulla fine ci dice, come se fosse una di famiglia, come se non fosse solo un monito ma un mantra: “Tutto quel che potete immaginare può realizzarsi. L’immaginazione è forte. E mandate a quel paese gli spezzasogni.” E dopo l’incantesimo subìto da Erykah Badu, il concerto si chiude sulle note di James Brown e la scritta ‘Facce da pirla‘ sullo schermo, mentre intanto saluta il pubblico con il suo sorriso smagliante, dimostrando fino alla fine il suo umorismo. Quest’Artista è stata capace di far schizzare l’asticella della goduria musicale, quella vera, parlando direttamente all’anima e dimostrando che, la propria luce interiore, può davvero superare i confini della musica.
