Gli anni Trenta bussano alle porte di Downton Abbey: morta la Contessa Violet Crawley, le redini della tenuta sono in mano a Lady Mary, chiamata a difenderne gli interessi nell’élite londinese, divisa com’è tra la tradizione nobiliare e il desiderio di traghettare la sua famiglia verso la modernità. Così, mentre Lord e Lady Grantham supervisionano la tenuta preparandosi poi al congedo, i Crawley si riuniscono per definirne il futuro in un’epoca segnata dalle turbolenze della Grande Depressione. Per l’occasione tornerà dall’America anche l’eccentrico zio Harold, mina vagante che svelerà verità dimenticate e intrighi sepolti che coinvolgono vari membri della casata. “Tutte le cose belle prima o poi finiscono” – diceva qualcuno, per sottolineare la caducità dell’esistenza e delle esperienze positive dell’umana stirpe. Se così è, allora bisogna rassegnarsi a dare l’addio a Downton Abbey – di Simon Curtis, con Hugh Bonneville, Michelle Dockery, Elizabeth McGovern e molti altri al cinema dall’11 settembre –, che si congeda dal pubblico televisivo e cinematografico con l’ultimo capitolo di una trilogia che è stata il seguito ideale della serie forse più bella degli ultimi 20 anni.
Possiamo dire che il terzo film è più compiuto e coerente del secondo e, come si conviene a ogni buona conclusione, ogni personaggio completa il proprio arco narrativo e soprattutto evolve in accordo con una società, un paese e un mondo in continua trasformazione. Il film si apre agli anni ’30 con slancio e con audacia, come se gli abiti femminili, che tornano sinuosi e sensuali, avessero trasmesso ai corpi e alle anime fervida vitalità e impudente energia.
