Archimede - © Ph Giuseppe Bornò

Sold out per “Archimede- La solitudine di un genio”, di Costanza Di Quattro, con Mario Incudine, Antonio Vasta e Tommaso Garré che ha debuttato l’ 8 e il 9 luglio 2025 a Palermo alla GAM, nell’ ambito della stagione estiva del Teatro Biondo Stabile. Una geniale idea imperniata sulla convinzione che l’arte e la ricerca onesta possano esprimere una narrazione alternativa alla violenza, che parli al cuore dell’uomo in modo da risvegliare in lui l’umanità nella sua potenza vitale, capace di bloccare e fermare la logica spietata della guerra in nome di un’amicizia comune tra i popoli, che abbatta le barriere di inimicizia tra “io” e l’ “Altro” da me. Esprimere questo concetto non è semplice, ma la sensibilità di Mario Incudine, ben incardinata tra recitazione e canto, sul testo di Costanza Di Quattro, c’è riuscita pienamente. La riscrittura recupera notizie storiche relative ad Archimede, il celeberrimo studioso dell’antichità, ucciso durante l’assedio di Siracusa nella seconda guerra punica da un soldato romano, il quale non lo avrebbe riconosciuto vanificando, pertanto, l’ordine ricevuto di risparmiarlo e condurlo come prigioniero a Roma. Centrale nella narrazione l’episodio degli specchi ustorii, riferito da varie fonti di epoca tardo imperiale e bizantina, come Galeno, Cassio Dione Cocceiano, e vari altri autori, tra i quali i bizantini Giovanni Zonara e Giovanni Tzetzes che descrivono gli specchi ustori come composti da una serie di piani opportunamente orientati.
I raggi del Sole concentrati dagli specchi in un unico punto sarebbero stati in grado di bruciare il legno delle navi romane.

Altre fonti, non accreditate, riportano la notizia per cui sarebbero state almeno un migliaio le donne siceliote, appostate, secondo il piano di Archimede, sulla riva del porto, a manovrare gli specchi in bronzo da toilette in uso all’epoca, direzionando la luce del sole contro le vele delle navi nemiche di passaggio nello stretto a sud di Siracusa, provocandone l’incendio e la morte dei rispettivi equipaggi. Proprio quest’ultima fonte è motivo di ispirazione per gli autori: Archimede non esulta alla vista della riuscita del suo piano, è triste, piange, malgrado la vittoria, per la tragedia della guerra che miete vite umane. E, in questo spirito, ribaltando la tradizione, si sarebbe rivolto al soldato giovinetto romano che era pronto a ucciderlo, dandogli le spalle, lanciando la grande utopia che la stima e il rispetto e l’amicizia tra i popoli avrebbero contenuto l’uso della violenza e quel generoso gesto di risparmiare il nemico sarebbe stato ricordato come un trionfo della civiltà e del progresso sulla barbarie e sulla violenza. Ma la mano sferra il colpo e, tra le lacrime, il giovinetto romano si inginocchia chiedendo pietà al corpo esanime dello scienziato. L’ emozione tra il pubblico scrosciante di applausi è stata palpabile in entrambe le serate, promettendo nuove prossime opportunità.

© Credits ph. Giuseppe Borno’
