Elisa Di Eusanio in Club 27: «E' un grido di libertà, di cura e di amore»

Robert Johnson, Janis Joplin, Kurt Cobain, Amy Winehouse, Jimi Hendrix e Jim Morrison e il loro dolore, la loro insaziabile fame d’amore, l’inadeguatezza e le insanabili fragilità. Quello che vediamo al teatro Belli a Roma fino al 30 novembre è uno spettacolo/concerto che fonde musica live e parola scenica in un viaggio emozionante attraverso le vite e le canzoni di alcuni tra gli artisti più iconici del panorama musicale internazionale che ci hanno lasciato troppo presto. Si tratta di un vero e proprio omaggio ai padri del blues e alle stelle del rock, un viaggio introspettivo e una denuncia di tutte le dipendenze in cui si sono rifugiati scappando da se stessi, dalle droghe all’alcol e ai social. Elisa Di Eusanio, attrice di teatro, cinema e tv ben nota per la sue versatilità porta in scena uno spettacolo scritto e interpretato da lei stessa, Club 27, potente e intenso, in cui fonde prosa e musica live per raccontare le vite dense di coloro che hanno toccato l’eternità attraverso la musica. Ne abbiamo parlato con lei.
Elisa, com’è nata l’idea di portare in scena questo spettacolo? Avevo tanta voglia di portare la musica a teatro. Avevo ricominciato a cantare e l’idea era stata quella di portare artisti che hanno lasciato un segno indelebile nella storia della musica e non solo, anche se accomunati da un tragico destino. Inizialmente era un tributo live ma ben presto è diventato molto altro.
Per te la musica cosa rappresenta? E’ da sempre fondamentale. Mi muovo con le mie cuffie nelle orecchie, non le abbandono quasi mai, sono cresciuta con la musica. Mia mamma era una coreografa, andavo con lei nella sua scuola di danza e la musica non mancava mai.
Ci spieghi il titolo? Si tratta di gruppo di artisti, legati da un destino crudele che ha condiviso una tragica caratteristica: morire a soli 27 anni, una fame d’amore insaziabile, la dipendenza, l’autodistruzione e l’eccessiva esposizione a un successo artistico enorme e difficilmente gestibile. Hanno lasciato in un angolo le proprie fragilità. Il Club 27 è da sempre un enigma avvolto nella nebbia del mistero, un’ombra che si allunga sulla storia della musica. E’ una stanza, un locale, un luogo dell’anima.

Porti in scena mostri sacri del panorama musicale. Genio e sregolatezza sono quindi alla base? Sì, anche se purtroppo questo accostamento non ha mai portato bene. Il periodo il cui hanno vissuto era di lotte e di ribellioni. Vivevano nell’eccesso, senza regole e schiacciati da un successo troppo grande per loro. Oggi quella feroce ricerca di sé nella musica non esiste più, artisti così pieni e con un’ombra nera su di loro non esistono più.
In cosa consiste la loro grandezza? Hanno avuto il coraggio di esprimere se stessi in maniera piuttosto viscerale, senza sconti; hanno detto quello che volevano in modo diretto. Avevano fame di vita e di musica, oltre un dolore straziante presente in ognuno di loro. Visceralità, passione, ricerca e verità sono state espresse in ogni loro fatica musicale.
A chi ti senti più vicino? A Janis Joplin e a Amy Winehouse, soprattutto a quest’ultima con quella sua voce roca e il suo stile meraviglioso. Anch’io ho un trascorso difficile ma sono riuscita ad attraversare il tunnel, non è stato facile ma ci sono riuscita.
La musica per loro è stata la vera salvezza? Sì ma è stata anche una condanna. L’arte delle note ha permesso loro di vivere ma non è stata sufficiente. Con la musica, sono diventati dei geni disperati.

Cosa vorresti arrivasse al pubblico di questo spettacolo? Dobbiamo avere cura della nostra unicità. Non dobbiamo vergognarci delle nostre fragilità. La vera bellezza è la luce che ognuno di noi ha. Il mio spettacolo è un grido di libertà, di cura e di amore.
