PAOLA SAMBO ne “Le libere donne”: «Dobbiamo accettare e aprirci all'umanità»

Nella Toscana durante la seconda guerra mondiale, lo psichiatra Mario Tobino sfida le regole repressive di un manicomio femminile, l’ospedale psichiatrico di Maggiano, per salvaguardare la dignità delle sue pazienti. Alcune di loro hanno trovato conforto nella follia come unica forma di libertà cui aspirare, mentre altre sono state ingiustamente recluse solo perché hanno osato affermare il loro spirito libero. Mario vive all’interno del manicomio confrontandosi e a volte scontrandosi con i diversi approcci dei suoi colleghi. In particolare, trova un alleato nel dottor Anselmi, giovane medico schietto e altruista con il quale riuscirà anche a instaurare un sincero rapporto di amicizia e fiducia. Prodotta da Rai Fiction ed Endemol Shine Italy, “Le libere donne” di Michele Soavi è la nuova fiction di Rai1 che inizia questa sera su Rai1. Nata dal romanzo dello psichiatra stesso, quella che viene raccontata è una storia intensa e struggente. In un cast molto ricco, troviamo la sempre intensa PAOLA SAMBO.
Paola, perché dire sì a questa serie tv? Adoro il regista che già conoscevo e con il quale avevo già lavorato, per me è sempre una garanzia. Il progetto sembrava molto interessante: la salute mentale è qualcosa di molto affascinante, in particolare la pazzia. Inoltre definire e definirsi è qualcosa di assolutamente attuale.
Prima conoscevi già la figura di Mario Tobino? Quale idea di lui hai? Non lo conoscevo prima di fare questa fiction. Con il senno di poi, è stato un uomo illuminato e illuminante con una forte carica umana che ha cominciato a lavorare appena tornato dalla guerra. Quella del manicomio è stata un’esperienza che l’ha segnato per tutta la vita. E’ stato un precursore di Basaglia.
La malattia mentale come veniva vista in quel periodo storico? Come qualcosa da tenere lontano, da non vedere. Il tutto avveniva con metodi violenti. Le donne molto spesso venivano rinchiuse unicamente per essere ribelli, i padri e i mariti volevano isolarle da tutti e da tutti.
E oggi? Stiamo regredendo e stiamo vivendo un secondo Medioevo. Il monto sta tornando al passato, ormai l’umanità sembra non esistere più.
Tu nella serie chi sei? Sono Madre Assunta, ovvero la madre superiore e la capo infermiera. Segue con grande rigore la sua religione, affidandosi completamente al dottor Parisi, medico che si avvale unicamente agli strumenti dell’epoca. E’ una donna sola, cresciuta con grosse mancanze, chiusa, rigida, convinta di fare del bene, anche se non sarà proprio così. Ci sarà un suo riscatto sul finale.
Il suo ruolo sanitario cosa rappresenta per lei? E’ un vero e proprio dittatore, dirige e impartisce punizioni.
Come vede le pazienti del manicomio? Crede che le pazienti siano nate nell’ombra di Dio. Sono poveri esseri venuti male, da compatire e da tenere a bada.
Per lei la normalità che significato aveva? Non esistono confini morbidi, la sua normalità è la rispettabilità, una vita retta, senza vizi e deviazioni.
Cosa speri arrivi al pubblico di questa fiction? Accettazione e apertura nei confronti dell’umanità, anche per chi può essere diverso da noi. Non dobbiamo chiuderci nei preconcetti.
Nuovi progetti? Sarò nel film Il malloppo di Volfango De Biasi, in Memoriae di Cosimo Alemà e Isabella Aguilar, The trip to Piedmont di Alexandra Keining e in Erica di Ciro D’Emilio.
