MICHELE VENITUCCI in “Guerrieri”: «Sono coloro che si occupano degli altri, nonostante tutto e tutti»

Guido Guerrieri è un avvocato brillante, sempre in bilico tra successo e fragilità. Appassionato di boxe, nostalgico dell’amore perduto per la moglie Sara, dalla quale si sta separando, Guerrieri affronta con acume, sensibilità e abilità dialettiche i casi oggetto delle sue istrioniche difese dibattimentali: un cliente che emerge come un fantasma dal suo passato, la misteriosa sparizione della giovane Manuela, l’omicidio di una ricercatrice biologa e soprattutto la vicenda di un vecchio amico, il giudice Larocca, stimato magistrato accusato di corruzione. Questo e non solo è “Guerrieri – La regola dell’equilibrio” di Gianluca Tavarelli, la serie tv prodotta da Rai Fiction, Combo International e Bartleby Film che ci sta facendo compagnia da qualche settimana su Rai1. Nel cast troviamo anche MICHELE VENITUCCI (ph Assunta Servello), attore ben noto al pubblico, capace di afferrare l’animo umano. Con lui, oltre della serie tv attualmente in onda, abbiamo parlato della sua terra, del suo essere attore e di come il viaggio sia stato fondamenatale per la sua esistenza.
Partiamo da questa “Guerrieri – La regola dell’equilibrio”. Cosa ti ha portato a dire sì? Appartengo a quella categoria di attori che si confronta con il nuovo possibile progetto attraverso i provini, mi interessano molto i rapporti umani e il dialogo con chi sta dietro la macchina da presa è sempre molto interessante per me; lo scambio è fondamentale. Ho letto Carofiglio negli anni in cui vivevo ancora stabilmente a Bari, prima di trasferirmi a Roma per lavoro. Dopo anni, ritrovarmi a vestire i panni di un personaggio nato dalla penna di uno dei primi autori capaci di raccontare la mia città è stato un regalo meraviglioso per me. Il regista lo seguivo da tempo e l’ho sempre stimato come cineasta e, dopo averlo conosciuto, anche come persona. Con Alessandro Gassmann avevo già lavorato in passato e lui rimane sempre una forte garanzia.
Tu sei Carmelo Tancredi. Come lo descriveresti? E’ un ispettore della Squadra Mobile, è un amico e un prezioso alleato di Guido. Rigoroso, votato a non fare carriera per scelta, da sempre schierato al fianco dei soggetti più deboli, dietro l’aspetto spigoloso nasconde una sensibilità e una profonda conoscenza dell’animo umano. Odia il proprio nome, un elemento che nasce direttamente dalla scrittura di Carofiglio. C’è una battuta ricorrente: ‘Non mi chiamare Carmelo’. Da questo, si capisce che c’è un conflitto identitario non indifferente, emerge una sua fragilità. Vive in modo precario nella palazzina della madre, si è isolato emotivamente dal mondo. I personaggi del romanzo sono tridimensionali, attraversati da fragilità private, separate dall’operatività lavorativa e anche Tancredi ce l’ha.
Indossare la divisa quale significato ha? È un ispettore coerente, con una forte etica professionale, rispettato e con un forte dovere morale. Si basa esclusivamente sulle tracce delle indagini. Con Guerrieri nasce una stima lavorativa reciproca che si trasforma in una sana amicizia. Sono uomini opposti che si osservano, si provocano con ironia, a volte con una punta di cinismo, ma si riconoscono pienamente. Ciò che manca a uno è presente nell’altro.
Lo potremmo definire anche lui un guerriero? Chi sono i veri guerrieri oggi per te? Tancredi per me è un vero guerriero, la sua è una vocazione onesta. Viviamo in un periodo storico molto complicato in cui i veri guerrieri sono coloro che riescono a sopravvivere ai mali di questi anni; sono guerrieri coloro che si occupano degli altri, nonostante tutto e tutti.
Oltre a te e ai tuoi colleghi, possiamo dire che la protagonista della serie tv è Bari, la tua Bari? Cosa porti con te di questa città che ti ha dato le origini? Mi abita dentro e sarò sempre legato a lei. Ho sempre mantenuto un legame con la mia terra, nonostante la distanza. La lontananza aiuta a osservare con maggiore lucidità: troppo dentro si rischia di perdersi, anche perché in quegli anni non c’erano le risorse e mi chiedevo sempre cosa ci fosse oltre il mare. Andare a Roma era necessario per poter provare a svolgere il mestiere che avevo scelto. Mi sento come un marinaio con una profonda radice dentro.

Perché fare questo mestiere? Tutto parte dal viaggio, ne sono sempre stato attratto, da piccolo ho sempre immaginato cosa ci fosse oltre la linea di confine che unisce cielo e mare. Alle elementari con un mio compagno di banco sbirciavamo le foto dei libri di geografia fantasticando cosa potesse esserci in quei posti così lontani da noi. Una volta cresciuto, ho viaggiato e anche vissuto un po’ in giro per il mondo, incontrando persone e culture diverse dalle mie. Questo mi ha arricchito enormemente andando ad alimentare costantemente i personaggi che poi man mano sono andato successivamente a interpretare. Ci sono stati poi due incontri molto interessanti. Avevo poco più di dieci anni negli scout quando un capo mise in scena un piccolo spettacolo con me protagonista. Ricordo piuttosto bene come questa persona, una volta finito lo spettacolo, sia andato dai miei genitori dicendo loro di non farmi trascurare quest’attività, c’era una predisposizione. Sul momento non avevo capito quanto detto ma non l’ho mai dimenticato. Ho partecipato poi al liceo a un laboratorio teatrale su indicazione della mia insegnante di lettere, un laboratorio di teatro sperimentale basato sul corpo e sui movimenti ad esso collegato. Mi è piaciuto perché è stato un luogo in cui mi sentivo a mio agio, pieno di energia. Successivamente ho incontrato persone più grandi che facevano teatro di mestiere, la compagnia Kismet di Bari, e osservandole, ho capito che poteva esserci realmente una possibilità: quest’attività poteva davvero diventare una professione.
Cosa significa essere attore? La libertà di esprimermi in un luogo di finzione. Nel corso degli anni ho imparato a non giudicare i personaggi che vado a interpretare, ho imparato ad essere libero di cercare la verità.

Sul grande schermo hai debuttato nel 2000 con il film Tutto l’amore che c’è del regista pugliese Sergio Rubini. Cosa ti ha lasciato questa primissima esperienza? E’ stato il mio primo lavoro, un viaggio piuttosto simbolico per la mia vita che mai dimenticherò. Ero già a Roma e avevo terminato il mio percorso accademico. Tornare nella mia terra e partecipare a una lunghissima selezione mi ha permesso di tornare ad assaporare le mie origini con maggiore consapevolezza. Oggi il modo di fare cinema è molto cambiato e non sempre in positivo: il tempo e la cura per un film non sono più gli stessi. Rubini è stato un importante riferimento, un vero artista e un intellettuale come pochi.
Hai iniziato la tua carriera come attore teatrale, il palcoscenico cosa rappresenta?
E’ l’aspetto più magico e artigianale, è ossigeno. Per un attore formato è più facile migliorare in teatro; oltre ai testi e alla squadra di lavoro, la ripetizione quotidiana non è altro che la conferma del personaggio che si va a interpretare. Il teatro ha qualcosa di antico e di meraviglioso. Un attore può prestarsi anche al piccolo e grande schermo ma il ripetersi delle azioni nelle prove per uno spettacolo teatrale ha quel qualcosa in più.
Cinema e televisione, dove ti senti più a tuo agio? Entrambi sono un rito collettivo con tempi ben precisi da rispettare e un mondo che gli ruota intorno. Anni fa poteva esserci una differenza ma ora non più. Oggi forse il cinema fatica a raccontare storie per mancanza di fondi, di chiusura di sale e di spettatori sempre più incollati alle piattaforme. La televisione, in un modo o nell’altro, c’è sempre stata; è una catena di montaggio anche se a volte viene persa un po’ di magia, nonostante sia un mezzo molto potente.
Nuovi progetti? La serie tv svizzera La linea della palma di Fulvio Bernasconi.
