MICHELE SAVOIA in “Uno sbirro in Appennino”: «Vorrei arrivassero l'umanità e la semplicità»

Vasco Benassi è un poliziotto stimato che lavora a Bologna. Dopo aver risolto un caso in modo poco ortodosso, viene trasferito nel suo paese d’origine, un piccolo borgo dell’appennino bolognese. Quello che inizialmente appare come un provvedimento punitivo si trasforma presto in un’occasione per fare i conti con il passato. Da un lato le indagini che coinvolgono la comunità locale, dall’altro un viaggio personale tra vecchie ferite, legami interrotti e nuove relazioni. Nel paese dove tutti si conoscono e nulla resta nascosto, ogni caso diventa un modo per esplorare storie intime e dinamiche familiari. Questo e molto altro è “Uno sbirro in Appennino” di Renato De Maria, con una produzione firmata Picomedia in collaborazione con Rai Fiction, in onda su Rai1 dal 9 aprile. Nel cast troviamo anche MICHELE SAVOIA, un attore che il pubblico ben conosce per le sue interpretazioni ma anche per la sua forte carica umana genuina.
Michele, cosa ti ha portato a dire sì a questa serie tv? Da subito, leggendo la sceneggiatura, il ruolo che avrei avuto all’interno della serie tv mi ha colpito; mi sono divertito da subito a vestirne i panni. Nella scena del provino, ho scelto di cantare in macchina “La solitudine” di Laura Pausini, scelta che poi è stata mantenuta dalla regia. Il mio non sarebbe stato propriamente solo un ruolo comico perché il personaggio ha un background non così roseo.
Chi è questo “sbirro in Appennino? E’ Vasco Benassi, interpretato da Claudio Bisio, che si ritrova a svolgere il suo lavoro a Muntagò, paesino che di fatto non esiste e luogo in cui è cresciuto. E’ un uomo piuttosto impulsivo e irruento, anche lui non con passato facile. Tra lui e il mio personaggio andrà ad instaurarsi un legame un po’ speciale.
Tu vesti i panni di Fosco Basile. Come lo descriveresti? E’ un pessimista. Si intuisce che precedentemente sia stato preso in giro dai colleghi. Ha un lato fragile e debole e soffre di attacchi di panico. E’ una persona che si sente sola, è chiuso e riservato. E’ un topo da laboratorio che sa usare benissimo i computer per il suo lavoro. Ha difficoltà a integrarsi nella società, è molto ansioso ma dietro allo schermo di un pc è piuttosto bravo.
Per lui indossare la divisa cosa significa? Credo che per lui sia qualcosa di importante. Se prima era chiuso in ufficio, adesso inizia a vivere a trovare la sua dimensione esistenziale, oltre che lavorativa. Riesce a trovare se stesso.
Per lui Benassi cosa rappresenta? E’ un fidato collega di Benassi, giovane agente di polizia che lo seguirà in Appennino. Lui e Fosco sono legati da un’amicizia fatta a volte anche di scontri. Entrambi una fragilità di base non indifferente.
Riesce a trovare il tempo per una vita privata? Qualcosa c’è ma lo vedremo sul finire della fiction, di più non posso dire.
Cosa speri arrivi al pubblico di questa serie tv? Mi piacerebbe arrivassero l’umanità e la semplicità di questa fiction che di fatto sono i suoi punti di forza. Troviamo personaggi che di fatto sono persone normali di tutti i giorni.

Cosa significa per te essere attore? Mi piace raccontare storie in cui l’arte sia accompagnata da un impegno sociale e civile. Mi piace accettare progetti affinché le persone possano identificarsi, progetti che abbiano qualcosa da dire. Ho iniziato il mio percorso artistico in un piccolo paese del sud dove sono nato ma me ne sono andato presto per alzare l’asticella. Il mio mestiere è stata la mia salvezza, prima troppi giudizi per qualche chilo in più e per la mia omosessualità. Da una passione, è diventato un lavoro.
Teatro, cinema e televisione, dove ti senti più a casa e perché? In realtà, non mi interessa il mezzo ma la storia si va a raccontare. Ho iniziato facendo teatro e solo successivamente è arrivato l’audiovisivo.
Nuovi progetti? Il film Le scarpe rotte di Roberta Torre.
