MASSIMO NICOLINI ne “Le libere donne”: «C'è ancora molta difficoltà ad accettare chi è diverso.»

Margherita Lenzi fugge di casa e si presenta nuda al duomo. Il marito Filippo la interna nel manicomio femminile di Maggiano. La donna, che tenta il suicidio, qui incontra il dottor Mario Tobino, un medico molto umano che è sostenuto dal collega Anselmi e dalla capoinfermiera Zonin ma fortemente osteggiato dal direttore Roncoroni e dal dottor Parisi, grandi fautori dell’elettroshock. Sono tante le pazienti internate, perché considerate folli, nel manicomio: Galli, Faina, Gabi, Lilli e Marta. Nel frattempo riappare sulla scena Paola Levi Olivetti, grande amore di Tobino. Questo e molto altro è “Le libere donne” di Michele Soavi, la serie tv in onda in prima serata su Rai1, tratta dal romanzo “Le libere donne di Magliano” scritto dal poeta e psichiatra Mario Tobino, coprodotta da Rai Fiction ed Endemol Shine Italy. In un cast ricco, troviamo anche MASSIMO NICOLINI, un interprete tra i più intensi del panorama italiano, di spessore, che ancora una volta tiene incollato lo spettatore al piccolo schermo.
Partiamo dall’inizio. Cosa ti ha portato a dire sì a “Le libere donne”? Ho sostenuto un provino e sono riuscito a vincerlo. Sono molto contento di far parte di questa storia in prima serata su Rai1 perché ritengo sia un progetto molto interessante. Il mio è un ruolo in un certo senso da cattivo; è stato un bel gioco attoriale perché mi sono trovato a esplorare aspetti meno luminosi della mia interiorità che di fatto esistono e appartengono a tutti. Si è trattato di accendere una luce in stanze che di solito restano chiuse.
Siamo negli ultimi anni della seconda guerra mondiale. La libertà e l’essere donna com’erano visti? Il momento storico in cui è ambientato il nostro racconto è imperniato dal patriarcato che sfocia in un maschilismo piuttosto tossico. La donna era completamente dipendente dall’uomo; bastava un piccolo dissenso per portare un marito a fare internare la moglie in un manicomio. Ancora oggi in alcune zone del mondo si cerca di scardinare questa dipendenza del femminile dal maschile.
Prima di girare questa serie tv, conoscevi Mario Tobino? Ora quale idea ti sei fatto di lui? Ne avevo solo sentito parlare ma solo dopo aver cominciato la mia preparazione per il personaggio ho capito meglio chi è stato. E’ un precursore di Franco Basaglia, è colui che ha cercato di entrare in empatia con i pazienti che venivano visti come persone e non come esseri inanimati.
Vesti i panni del dottor Gianmassimo Parisi. Che uomo è? E’ uno psichiatra vice direttore dell’ospedale che non entra in sintonia con gli altri, è un grande narcisista, simpatizzante del fascismo e poco amabile. E’ estremamente freddo e distaccato con qualsiasi essere umano, con una punta di sadismo. Ha una ferita molto profonda che lo accompagna.
Per lui cosa rappresenta il camice bianco? Che tipo di medico è? Per lui,‘le malate sono malate’, questa è la sua posizione. Non c’è la volontà di guarire ma di rieducare attraverso tecniche di contenimento piuttosto discutibili oggi. È l’anti-Tobino. Si comporta seguendo la tradizione medica dell’epoca. Invidia al protagonista la capacità di comprendere e di entrare in relazione con le persone ricoverate. I malati mentali sono delle non persone, sono esseri non umani.
Oggi come pensi vengano viste le persone affette da patologie psichiatriche? Oggi sicuramente c’è una maggiore apertura rispetto al secolo scorso. La società è maggiormente predisposta all’accoglienza ma c’è ancora molta difficoltà ad accettare chi è diverso.

Nei tempi in cui viviamo qual è il significato di libertà? E di normalità? Credo che la vera libertà sia sentirsi non in linea con la società e rivendicarlo. La normalità di fatto non credo esista, è ciò che la società decide.
Cosa speri arrivi della serie tv? Spero di non essere odiato per il ruolo che sono andato ad interpretare. Mi auguro arrivino spunti di riflessione.
Nuovi progetti? Il film per Rai1 L’ora di Arianna di Giuseppe Curti e torno al teatro di Siracusa con I Persiani.
