FRANCESCO PICCIRILLO ne “La salita”: «Può nascere del bello anche in un contesto che non lo è»
Nel 1983 i detenuti nel carcere minorile di Nisida hanno vissuto un’avventura inaspettata: il bradisismo ha danneggiato il carcere femminile di Pozzuoli. Le detenute sono così state smistate in altri istituti penitenziari e diciotto di loro sono state accolte a Nisida, dove però non erano minimamente attrezzati per accoglierle e, soprattutto, avevano enorme difficoltà a mantenere le distanze tra le donne appena arrivate e i ragazzi i cui ormoni erano in fermento per la novità. Deus ex Machina della situazione è Eduardo De Filippo, da poco fatto senatore a vita che li impiega per costruire un teatro e una scenotecnica e invia gli attori della sua compagnia a provare e mettere in scena quello che sarà il primo spettacolo teatrale recitato in un istituto penitenziario minorile italiano con attori professionisti in scena con i detenuti. Questo e non solo è La salita di Massimiliano Gallo dal 9 aprile al cinema. Tra i protagonisti di questa storia per il grande schermi troviamo FRANCESCO PICCIRILLO, un giovane attore che si sta facendo conoscere sempre di più al pubblico convincendolo per la sua bravura.

Cosa ti ha portato a dire sì a questo film? Il personaggio che avrei portato al cinema mi ricordava il me di qualche anno fa. La storia era ben scritta. Essendo piuttosto giovane, non posso ancora permettermi di scegliere o meno un progetto ma questo film lo considero un segno del destino.
Quale valore aggiunto è stata la regia di Massimiliano Gallo? E’ un regista che tutela moltissimo i suoi attori. Abbiamo provato moltissimo prima del ciak. Ha le sue idee ma è ben disposto ad accettare quelle altrui.
Nel film, sei Enzo il rosso. Come lo descriveresti? E’ uno scugnizzo dal cuore d’oro. E’ un ragazzo di strada ma alla fine buono. E’ pronto al litigio per difendere chi ama. Non si è goduto la sua infanzia. Ama moltissimo i suoi amici e la sua famiglia; protegge la madre come fosse quasi una fidanzata, soprattutto da quando ha iniziato a frequentare un uomo che di fatto non è suo padre. Diventa aggressivo se viene attaccato. Ha molte sfaccettature.
In che modo, il tuo personaggio instaura un legame con gli altri personaggi? Con i miei colleghi si è creato un bel gruppo di lavoro, esattamente come per il mio personaggio con i suoi compagni del carcere. Sarà proprio Enzo a chiedere al fotografo di chiedere una foto tutti insieme. Instaura un buon legame con Franchino che è molto fragile.
Sei napoletano, il tuo esserlo quanto ha aiutato nella costruzione del tuo personaggio? Certamente. Chi nasce nel cuore della città ha un legame viscerale con Napoli che è una protagonista indiscussa della mia vita.
Il cinema per te cosa rappresenta? E’ il sogno. Ho studiato al laboratorio di Alessandro Prete. Il grande schermo ha sempre avuto difficoltà ad arrivare e quando ho saputo di essere stato preso per questo film ne ero contentissimo.
Per quali motivi hai deciso di diventare attore? E’ capitato tutto per caso. Ho sempre giocato a calcio ma non a livelli agonistici. Raggiunta la maggiore età, mio padre mi ha portato con sé nel suo negozio da parrucchieri ma non ero felice. Ho cominciato a fare teatro amatoriale per poi trasferirmi a Roma e con non pochi sacrifici pian piano ho cominciato a muovere i primi passi.
Esserlo cosa significa per te? Essere nelle vite degli altri, rimanere se stessi in qualcosa di lontano da me ed essere chiunque.
Sei giovane ma vieni dal teatro. Il palcoscenico cos’è per te? E’ un’emozione unica e indescrivibile, fatta di responsabilità. Ho aperto la Sigarro Pictures, un’associazione grazie alla quale produco spettacoli teatrali e cortometraggi.
Cosa ti piacerebbe arrivasse del film al pubblico? Può nascere del bello anche in un contesto che non lo è.
