FAUSTO SCIARAPPA in “Cuori 3”: «Non dobbiamo fermarci alle apparenze»

Dal 1 febbraio in prima serata su Rai1 stiamo vedendo la terza stagione di “Cuori” di Riccardo Donna, la serie tv che riporta il pubblico televisivo tra le corsie del reparto più all’avanguardia dell’ospedale torinese delle Molinette, nel pieno degli anni Settanta, quando la medicina affronta svolte decisive e il cambiamento sociale entra anche nelle vite private dei protagonisti. Abbiamo ritrovato Delia e Alberto insieme a tutti gli altri protagonisti della fiction, coproduzione Rai Fiction, Aurora TV Banijay e Rai Com, ma, come abbiamo avuto modo di vedere, ci sono diverse le new entry tra cui Luciano La Rosa, il nuovo primario di cardiochirurgia. Si tratta di un uomo che fa dell’ordine e della disciplina la propria cifra distintiva. Il suo approccio è metodico, inflessibile, spesso distante, e non ammette deviazioni dalle regole. Ad vestirne i panni, troviamo il sempre bravo FAUSTO SCIARAPPA, attore ben noto che da anni fa appassionare il pubblico per le storie e i personaggi da lui raccontati.
Fausto, sei entrato in una serie tv giunta alla sua terza stagione. Perchè dire sì a Cuori 3? E’ una fiction ben fatta. Il regista lo conosco da anni e ne ho una stima professionale e una umana. La seria tv è girata a Torino, una città che amo da sempre, così come adoro i Torinesi, riservati ma sempre pronti a esserci nel momento del bisogno. Mancavo da anni in città ed è stato bello ritrovare le maestranze nella troupe.
Quale effetto fa entrare a far parte di un cast così affiatato? Con alcuni colleghi è stato bello ritrovarsi dopo diverso tempo e con altri è stato bello conoscersi e lavorare insieme. Sono entrato pian piano cercando di mantenere un buon equilibrio di rispetto.
Vesti i panni di Luciano La Rosa. Come lo descriveresti? Viene visto come un uomo rigido, serio, rigoroso e poco empatico. E’ un po’ di ghiaccio. Dietro questa corazza professionale, però, si nasconde un errore del passato che ha segnato in modo irreversibile la sua famiglia e lo ha allontanato dalla sala operatoria. Arriva alle Molinette con l’obiettivo di riorganizzare il reparto, imponendo cambiamenti drastici che generano tensioni e resistenze, ma rivela anche una sorprendente capacità gestionale. E’ un uomo molto intelligente, sa riconoscere i meriti altrui, sa fare i complimenti, sa chiedere scusa e sa riconoscere i propri errori.
Per lui vestire il camice bianco cosa significa? Quel camice è solo simbolico perchè ha deciso di non esercitare più. Ha preso questa importante decisione. Per lui c’è un prima e un dopo in questa serie tv, per il suo errore, per il trasferimento da un reparto all’altro del figlio e per una possibilità di riscatto.
Cosa speri arrivi di questa terza stagione? Non dobbiamo fermarci alle apparenze e dobbiamo sempre cercare sempre la verità.

Qualche giorno fa ti abbiamo visto nell’ultima fatica di Alessandro Casale. Se dovessi dare una definizione a Il Marciatore – la vera storia di Abdon Pamich, quale daresti? E’ il viaggio di un uomo che ha fatto della costanza, della determinazione e della resilienza il suo stile di vita. Ha avuto un destino che in più di un’occasione gli ha voltato le spalle e un futuro che è sembrato anche di colore nero. Il credere nei propri sogni è necessario.
Recentemente hai fatto parte anche di Prima di noi con il tuo Leone Rigognàt. Cosa ti ha lasciato?Daniele Luchetti e sua moglie Elena Bouryka, insieme a tutta la troupe, sono stati bravissimi a costruire l’atmosfera della serie tv. C’è stato un ottimo lavoro di squadra anche prima dell’inizio delle riprese, una qualità del lavoro ottima e una grande intimità per ogni personaggio, il mio compreso. Leone è un uomo saldo, idealista e molto credente, amico di Maurizio. Durante il contesto della guerra, sceglie la Resistenza, combattendo in montagna e accogliendo Renzo.
Se ti dico Novara e Regno Unito cosa ti viene in mente? Sono arrivato a Novara a dieci anni e lì ho trascorso diverso tempo, quasi tutta la mia giovinezza; è una città molto ricca e si vive piuttosto bene. Il Regno Unito è il luogo che ha rivoluzionato la mia vita, il posto che mi ha cambiato nel profondo; se prima ero nel campo della logistica e dei trasporti internazionali, mi sono trovato a fare una scelta.
Tu e l’arte della recitazione: com’è scoccata la scintilla? Ci sono stati due episodi. In adolescenza, grazie alla docente Alba Di Capua, ho visto a Milano Aspettando Godot in inglese e lì ho avuto una vera e propria folgorazione. Inoltre ho provato un enorme stupore per Flowers di Lindsay Kemp. Dopo questi due momenti, ho capito quale poteva essere la mia strada. Ho infatti abbandonato il mio lavoro sicuro per un malessere interiore che avevo dentro e che non mi dava felicità.

Essere attore cosa significa per te? Il mio è un mestiere molto complesso, non sempre facile. Vuol dire mettermi sempre in gioco, andare ad esplorare tutto ciò che è altro da me. E’ un lavoro che mi incuriosisce sempre e mi fa stare bene.
La popolarità arriva grazie alla serie tv Romanzo criminale e, ancor di più, con il ruolo del professor Enzo Vivaldi in Fuoriclasse. Come ti confronti con la popolarità? Posso dirti che vivo la cosa in maniera molto tranquilla. Sono piuttosto sereno. Mi fa sorridere.
E’ sempre stato il primo amore. Siamo sempre andati di pari passo e ho sempre cercato di non abbandonarlo. L’emozione che mi investe stando sul palco è unica.
Nuovi progetti? Mi vedrete ne I casi di Teresa Battaglia – Figlia della cenere con Elena Sofia Ricci.
