Elda Alvigini con il suo libro
Conosciuta dal grande pubblico come attrice del piccolo e grande schermo oltre che di teatro, ELDA ALVIGINI (ph Fabrizio De Blasio) firma il suo debutto narrativo con Inutilmentefiga, edito da Santelli Editore. Si tratta di un racconto sincero e disarmante che mescola auto-fiction, ironia e riflessione personale. E’ resoconto semiserio e grottesco di una vita alla ricerca di sé stessi tra amori, fallimenti e l’irresistibile propensione a sbagliare strada. Il libro racconta la vita di una donna che rifiuta etichette e giudizi, lontana dagli stereotipi della “moglie”, della “madre” o della “zitella di turno”. Quella che leggiamo nelle pagine del romanzo è una donna coraggiosa e libera che si misura con relazioni complicate, amori irrisolti, solitudine e rinascita. Non solo in libreria, ma in queste settimane tra le protagoniste del ritorno de “I Cesaroni” su Canale 5, dove ricopre sempre il ruolo di Stefania Masetti, un personaggio molto amato dal pubblico. Ne abbiamo parlato con lei.
Elda, partiamo dal libro. Qual è il tuo rapporto con la scrittura e con la lettura? Ho sempre amato scrivere, sin da bambina. Molto spesso annotavo i miei pensieri, i miei stati d’animo, scrivevo anche qualche poesia; ricordo ancora un quaderno ad anelli in cui avevo scritto una commedia in cui Dracula era timido al punto che non sapeva dove mordere le sue vittime. Ero piuttosto brava in italiano al liceo classico. Credo che la scrittura possa appartenere un po’ a tutti. Sin da piccola ho sempre letto tanto, “rubando” i libri di mio padre e non vedevo l’ora arrivasse l’estate per potermi dedicare alla lettura.

Perché hai scelto di scrivere il tuo primo libro? Forse prima non ero pronta. È un romanzo di auto – fiction. La protagonista si chiama Elda, il risultato di una scelta editoriale. Ci sono alcune parti simili alla mia vita e altre inventate ma sempre verosimili. La narrazione prende avvio dalla prima vaccinazione contro il Covid, quindi da un momento preciso, per poi muoversi continuamente tra presente e passato. La protagonista si ritrova disoccupata e ha l’opportunità di andare a Parigi per lavoro. Non è un libro solo per le donne, è per tutti perché è attraversato da un femminismo romantico che appartiene anche agli uomini. Emerge fondamentale il confronto con l’altro, “altro” che deve esistere, mentre oggi purtroppo si sta perdendo il senso di comunità. Credo che sia importante superare qualsiasi stereotipo di genere.
Cosa significa Inutilmentefiga, ovvero il titolo del suo primo libro? Ho unito un avverbio e un aggettivo per alludere a una condizione dell’essere. Ognuno di noi ha il suo modo di sentirsi “inutilmentefiga/o”; sicuramente l’importante è cercare di essere sereni con sé stessi e poi con gli altri, senza sentire il bisogno sempre di arrivare per primi e senza cercare di soddisfare le aspettative che la società impone. L’importante è essere noi stessi. E’ necessario liberarsi dal giudizio altrui.
Tu come ti senti oggi? Inutilmentefiga, ovviamente. Avrei tutte le carte in regola per essere una vincente ma un po’ non mi interessa e un po’ non sempre dipende da me. La vita è fatta di scelte ma anche di tantissimi imprevisti che possono condurre l’esistenza stessa in direzioni anche totalmente opposte rispetto a quelle prefissate nella nostra mente. E non sempre è un male.
Affronti tante tematiche nel libro, come per esempio la tristezza. Cos’è quest’ultima per te? È ciò che porta la creatività. Se ci pensiamo attentamente, senza questo stato d’animo non ci sarebbero state poesie, canzoni, romanzi e opere che sono passati alla storia. La tristezza è sana perché il bello di essere tristi è che in quel momento ci vogliamo più bene e siamo davvero in ascolto di noi stessi; ci permette di restare umani, da non confondere con la depressione che è la distruzione della creatività.
«Sono sempre stata delusa perché mi sono sempre un po’ illusa», scrivi. Puoi spiegarmi meglio? Mi è capitato, nelle storie d’amore, di cercare una persona e, una volta trovata, di non vederla per quello che era veramente. Di fatto mi sono illusa perché in realtà volevo che fosse come avrei voluto io, ma quando poi le cose si fanno più profonde l’illusione crolla ed ecco che sono andata incontro a cocenti delusioni. Penso che non si dovrebbe cedere ai compromessi perché questi ultimi portano alla rinuncia di noi stessi e a dire addio alla propria realizzazione.
Per cosa o per chi secondo te dovremmo essere felici, meglio dire sereni nel periodo storico in cui viviamo? Per le nuove generazioni, sperando di lasciare loro un mondo migliore di quello che abbiamo. Il volontariato, il rispetto dell’ambiente, la salvaguardia degli animali e l’attenzione a un cibo sano sono componenti essenziali per l’esistenza e sono valori a cui i giovani tengono molto. Mi piacciono molto le nuove generazioni, hanno il senso della comunità, per loro è qualcosa di necessario perché insieme possiamo fare molto. Noi delle generazioni passate dovremmo stare attenti a proteggerli e a non deluderli.
Ti stiamo rivedendo su Canale 5. Cosa hai provato quando sei stata richiamata per interpretare Stefania nei Cesaroni? Il primo contatto è avvenuto tre anni fa e ho dato subito la mia disponibilità. É stata una serie tv molto amata e c’era tanta aspettativa da parte del pubblico che, ora che siamo in onda, mi sta dimostrando anche molto affetto. Confesso che non me lo aspettavo ed è una cosa che mi lusinga moltissimo. Purtroppo abbiamo perso Antonello Fassari ed è stato un duro colpo; ha lasciato un vuoto – come uomo e collega – e narrativo impossibile da colmare.
Com’è cambiato il tuo personaggio? In questa stagione sono la madre di un figlio grande, ma anche una donna che approfondisce un’amicizia come quella con Giulio, una sorta di migliore amica. L’affetto del pubblico, forse legato anche al fatto che sono l’unica donna rimasta del vecchio cast, mi ha colpito molto. È una donna contemporanea che vive con serenità la propria condizione. Essere single non rappresenta un limite, anzi. È in una nuova fase della sua vita, visibile anche sul piano esteriore, soprattutto nel vestire. È cambiata ma è rimaste fedele a sé stessa.

Ti sei sempre divisa tra tv, cinema e teatro ma essere attrice cosa significa per te? Non faccio distinzione tra i tre. La mia scommessa è di riuscire a seguire le indicazioni del regista e di cercare di farlo al meglio. Mi piace raccontare storie con personaggi che possono lasciare qualcosa.
Perché hai scelto questo mestiere? Non sapevo che fosse un mestiere. Devo ringraziare la maestra Balduini alle elementari che ci faceva fare le recite. In un’occasione, dovetti fare – oltre alla mia scena – quella di una bambina che non venne il giorno del saggio finale. La mia adorata maestra rimase davvero impressionata perché io sapevo perfettamente a memoria la scena della bambina assente e quando le dissi con grande serenità che io sapevo a memoria le scene di tutti, mi domandò «Ma tu lo sai che questo è un lavoro?» ed io «Cioè ti pagano?». «Sì». «Allora io farò questo!». Non mi capacitavo che ti potessero pagare per fare il gioco più bello del mondo. Sarò sempre grata alla Balduini. Da grande poi ho studiato molto e fatto tanto teatro.
I tuoi prossimi progetti? Andrà in onda sulla Rai il mio documentario Storia romantica della fotografia che ho scritto e diretto, con me alla regia anche Elisabetta Di Carlo. Sto lavorando al nuovo romanzo e spero di tornare in teatro.
