Il principe della follia FILM
Durante il turno notturno, un tassista in solitaria carica in auto un travestito fuggito dal night club in cui si esibisce e lo accompagna a casa. Durante una pausa in un bar, l’uomo assiste a una grottesca televendita in cui un presentatore folle offre al pubblico la propria famiglia: la madre ex ballerina dell’Opera, il padre clown malinconico e Vanessa, la ballerina en travesti che ha appena conosciuto. Chi sono queste persone? E cosa le spinge a esporsi in modo così violento e autodistruttivo alla derisione e alla compassione degli altri? Nel loro passato, forse, la risposta a queste domande, e anche la sola via di salvezza. Questo e molto altro è IL PRINCIPE DELLA FOLLIA di Dario D’Ambrosi al cinema dal 14 maggio.

Quello che vediamo sul grande schermo è un’opera potente e necessaria che mette al centro la fragilità umana e la dignità degli invisibili. Si tratta di un racconto che alterna visioni poetiche e momenti di crudo realismo, portando lo spettatore dentro un’esperienza emotiva diretta, senza filtri. È un cinema che guarda la realtà per quello che è, senza abbellimenti, e che chiede allo spettatore di fare altrettanto. Accanto alla prova intensa e autentica di Stefano Zazzera, affetto da Parkinson nella vita reale, il film si regge su un cast solido e riconoscibile che contribuisce a dare profondità e verità al racconto; troviamo infatti Alessandro Haber, Andrea Roncato, Carla Chiarelli e Mauro Cardinali. Ne abbiamo parlato con il regista.
Come nasce il tuo film? Tutto nasce dalla mia esperienza personale. Nel 1979 decido di essere internato per tre mesi nell’Istituto Psichiatrico Paolo Pini e vengo sempre di più a conoscenza del disturbo mentale. Davanti ai miei occhi ho visto persone affette da disturbi psichici ma non solo, esseri umani trattati come unicamente come oggetti senza anima. Lì ho conosciuto un ragazzo che mi ha raccontato la sua storia; la famiglia aveva deciso di “buttarlo via” perché disabile. Nel film ci viene presentato un autentico e potente alter ego italiano del Joker: un personaggio profondamente umano, portato in vita dall’attore non professionista Stefano Zazzera, affetto dal morbo di Parkinson nella vita reale.

Hai vissuto tre mesi nel manicomio Paolo Pini di Milano. Posso chiederti perché? Cosa si prova lì dentro? La storia sarà presto in un libro. Vengo da San Giuliano Milanese e ho giocato nelle giovanili del Milan. Nella mia famiglia purtroppo c’erano diversi problemi e l’unico modo per andarmene via di casa era essere rinchiuso in un ospedale psichiatrico, grazie a un amico psichiatra. E’ stata un’esperienza piuttosto violenta. Ho visto volti e corpi e sentito grida che difficilmente potrò dimenticare: essere umani che sarebbero voluti essere altrove ma che invece dovevano restare rinchiusi sotto effetto di psicofarmaci che non bastavano a curare il disagio mentale che era loro cucito addosso.
Ci spieghi il titolo? Il mio protagonista è un uomo che cerca di accettare e di farsi accettare. In base alla mia esperienza, ogni malato cerca di essere una persona importante e questo è motivo di giustificazione di essere coscienti di sè e di avere giustizia.
Il protagonista assoluto è Luca. Come lo descriveresti? E’ un giovane normalissimo, che soffre e vive la vita freneticamente; cerca una pace interiore che non riesce a trovare e non c’è serenità intorno a lui.
Tra le tematiche affrontate troviamo quella della malattia, della disabilità e dell’emarginazione. Se tu dovessi dare una definizione per ognuna, quale daresti? Tutte e tre hanno qualcosa che spaventa per chi non conosce e la mancanza di conoscenza è sempre stata motivo di paura e terrore. Sono sempre stato dell’idea che ognuno dentro di sé abbia una perla che necessita di essere trovata. Grazie a Franco Basaglia abbiamo chiuso i manicomi, abbiamo fatto molto ma ancora non basta. Il 10 ottobre, giornata della salute mentale, sarò ricevuto all’ONU per raccontare scientificamente quanto la teatroterapia funzioni.
Cosa vuol dire essere fragili e avere dignità in questo periodo storico? Oggi non ci possiamo permettere di essere fragili, deboli o malati; la società non lo accetta e queste tre componenti vengono ingiustamente viste come punti di non ritorno. Ritengo invece che partendo proprio da loro si possa cambiare qualcosa.

Il film è un invito a guardare dove troppo spesso si preferisce non vedere. Su cosa e si chi, secondo te, dovremmo focalizzare la nostra attenzione?Sulla società. In Italia ci sono diciassette milioni di persone che hanno un disturbo psichico e con quest’espressione penso anche all’insonnia e all’anoressia. Dove stiamo andando? Dove ci sta portando questa società? Verso la malsana follia. I miei ragazzi non possono essere definiti malati fino a quando in questo mondo esisteranno personaggi come Trump, Putin o Netanyahu.
Sei il creatore del Teatro Patologico, di cosa si tratta? E’ un luogo magico dove ogni essere umano può trovare la luce del sole. E’ un posto dove arriva la speranza.
Cosa vorresti arrivasse del film al pubblico in sala? Il cuore deve ricominciare a sorridere. Dobbiamo imparare ad accettare l’altro, anche se è diverso da noi.
Nuovi progetti? In tournée per il mondo e un altro film.
