DANIELE PECCI, diviso tra palcoscenico con Wilde e il piccolo schermo
E’ sicuramente uno degli attori più amati dal pubblico per intensità interpretativa ed eleganza. In “Divagazioni e Delizie” a teatro, DANIELE PECCI porta in scena un ritratto struggente, ironico e profondamente umano di Oscar Wilde, attraverso un testo teatrale composto interamente dalle sue parole: romanzi, saggi, racconti, lettere e celebri aforismi. L’azione si svolge nell’ultimo anno di vita dello scrittore, esule, malato e in bancarotta, che per sopravvivere affitta piccole sale parigine dove dà spettacolo di sé, incarnando il “mostro” e lo “scandalo vivente”. In un’atmosfera sospesa tra malinconia e sarcasmo, Wilde si confessa al pubblico tra ricordi, battute fulminanti e colpi di scena teatrali, disturbato solo dai due bizzarri inservienti del teatro. Nella seconda parte, la narrazione si fa più intensa e drammatica, pescando dal De Profundis: l’amore per Lord Alfred Douglas, il processo, il carcere, l’esilio e il presagio della fine. Un omaggio poetico e toccante, che restituisce con eleganza la grandezza e la fragilità di un genio assoluto. Non solo teatro però per il noto interprete; lo vediamo infatti nella nuova serie “Una nuova vita” con Anna Valle nelle vesti di Marco Premoli, un avvocato di città arrivato nella valle per ritrovare la figlia Asia. Non ci resta che seguirlo.
Daniele partiamo dal teatro. Sei in scena con “Divagazioni e Delizie”, uno spettacolo che ti vede in veste di attore e di regista. Cosa ti ha portato ad accettare questa sfida teatrale? Più che accettare, è stata una mia precisa volontà. Quella che porto in scena è una sorta di conferenza di un uomo poco prima di morire, senza soldi, senza una famiglia e completamente solo, conosciuto come lo scandalo vivente. E’ un’idea che affonda le sue origini quasi all’inizio della mia carriera, quando avevo più o meno vent’anni. Ero riuscito a riconoscere che era un testo estremamente potente. Wilde è iconico, formidabile, geniale, controverso, paradossale e utilizzo le parole di Wilde senza doverne inventare di nuove, mettendole insieme in una sorta di monologo e di flusso di pensiero. Prima dello scoppio della pandemia avevo preso i diritti di “Divagazioni e delizie”, poi con il covid è stato molto difficile trovare qualcuno che volesse produrlo, per fortuna poi qualcosa è cambiato. Sul palco viene portata una critica sociale piuttosto viva anche oggi.
In scena sei Oscar Wilde. Quanto c’è di contemporaneo di lui nei nostri tempi? Tutto. Emerge al sua visione geniale. Ha profetizzato quello che poi sarebbe accaduto. Ha un’idea precisa dell’arte. Vengono raccontate le vicende di un uomo che ha gioito e che è stato molto addolorato.
Come lo definiresti il tuo Wilde? E’ un artista immenso che di fatto ha provato tutto. E’ leggero, sarcastico, doloroso e tragico. Quella che viene portata in scena è la sua esperienza umana di vita.

E’ uno spettacolo che si divide in due parti: la prima è più spensierata, la seconda è legata al De Profundis, al processo, è quindi più riflessiva, più tragica. In lui, convivono entrambe? Certo che sì. Lo spettacolo comincia con un Wilde un po’malconcio, arrabbiato, contrariato e quindi tende ad essere scherzoso, giocoso, sempre tagliente, però più leggero, infatti il pubblico dovrebbe divertirsi molto. Quando poi affronta alcuni argomenti, scende negli inferi del dolore, della situazione che sta vivendo, per cui quell’ironia si trasforma prima in sarcasmo, ha poi degli scatti d’ira, si autodistrugge.
Una frase molto interessante di Wilde è “l’arte è bellezza e non c’è niente di sano, sensato o assennato nella bellezza”. Ritieni sia così? Siamo sempre così propensi a credere che la bellezza e l’arte siano apportatrici di un bene morale. L’arte è al di là della positività. I libri sono ben scritti o mal scritti e basta, non c’è nella bellezza per forza una sanità che in qualche modo ci riscatti dal dolore, dalla violenza. La bellezza può essere estremamente violenta, dolorosa, perché in senso assoluto è al di sopra di questi giudizi.
Cosa speri arrivi al pubblico dello spettacolo? L’esperienza di un uomo vero. Mi auguro che lo spettatore possa immergersi in un tempo e in un luogo apparentemente lontani, nonostante i suoi centotrent’anni. E’ un’esperienza viva che viene fatta. C’è tanta bellezza e tanta profondità in quelle parole di un’intelligenza cristallina. Vorrei portasse anche un po’ di riflessioni.
Ti vediamo anche su Canale 5 con “Una nuova vita” con Anna Valle. Perchè hai accettato questo progetto per la tv? La tv degli sceneggiati è necessaria per chi svolge il mio mestiere; si guadagna un pochino di più, il che vuol dire riuscire poi a portare a teatro ciò che si vuole. Attraverso la popolarità delle serie tv si riesce a fare anche teatro.
Vesti i panni di Marco Premoli. Come lo descriveresti? E’ uno di quei personaggi cosiddetti funzionali, cioè che non arrivano sulla scena portando il loro background, ma hanno una funzione ben precisa. Marco è un avvocato penalista di grande successo, ha una figlia che è alla ricerca delle proprie origini e nel momento in cui lui prova a riportarla a casa, a quietarla, entra in contatto con Vittoria che ha un problema analogo al suo, dietro il quale si nasconde un grande mistero. E’ un padre premuroso e devoto alla figlia. E’ una sorta di giallo, di crime.
I tuoi prossimi progetti? Sarò a teatro con Macbeth.


