CLAUDIO BENEDETTI, sceneggiatore: «Con Sandokan ricominciamo a sognare»
Siamo nel Borneo alla metà del 1800. Le tribù dei Dayak vivono secondo le loro antiche tradizioni, ma devono fare i conti con la spietata legge degli inglesi, all’apice del loro impeto coloniale. In questa situazione Sandokan vive alla giornata, evitando di schierarsi apertamente: combatte per sé stesso e per la sua ciurma di pirati, tra cui il fidato amico Yanez. La sua vita viene stravolta quando, durante un’incursione, incontra Marianna, la figlia del console britannico di Labuan. È l’inizio di una storia d’amore impossibile tra due anime inaspettatamente simili: Marianna, di sangue nobile, ma con lo spirito selvaggio di chi è cresciuto in un paradiso tropicale, e Sandokan, leader pirata e avventuriero, che porta in sé il sangue di re guerrieri. Sulle loro tracce si metterà il leggendario cacciatore di pirati, Lord James Brooke, che non si fermerà davanti a niente pur di catturare Sandokan e conquistare il cuore di Marianna. A cinquant’anni dalla celebre serie Rai che lo rese un’icona, torna l’eroe nato dalla penna di Emilio Salgari. Una storia senza tempo che ci conduce in terre esotiche e tempi lontani: nel Borneo della prima metà dell’Ottocento, tra popoli in lotta per la libertà e potenze coloniali spinte da un’avidità cieca e feroce. Sandokan, la serie tv internazionale, prodotta da Lux Vide, società del gruppo Fremantle, in collaborazione con Rai Fiction è dal 1 dicembre su Rai1 dopo essere stata presentata alla Festa del Cinema di Roma. A firmare la sceneggiatura di questa fiction, troviamo Claudio Benedetti, una giovane e promettente penna della nostra televisione.

Come nasce l’idea di fare una nuova serie tv su Sandokan? Nasce dal produttore, Luca Bernabei, che durante il lockdown ha deciso di puntare sulla voglia di evasione del pubblico per tornare al genere avventura. Da qui la scelta di riportare in tv Sandokan, con la sfida di portare in scena una storia moderna, rispettando gli eroi salgariani, ma approfondendoli con un occhio al presente e l’altro al futuro.
Cosa rappresenta Sandokan per il pensiero popolare? E’ nostalgia, ma al tempo stesso rivoluzione. La memoria di chi c’era va a sicuramente a cinquant’anni fa, quando i miei genitori e i miei nonni si ritrovarono davanti alla tv per guardare il rivoluzionario sceneggiato di Sollima. Un progetto che negli anni della guerra in Vietnam aveva il coraggio di portare nelle case degli italiani un ribelle che cento anni prima si ribellava contro l’impero inglese. Insomma, Sandokan non era solo gli occhi di Kabir Bedi e la bellezza di Carol Andrè.
Esiste un Sandokan dei nostri giorni? No, perché siamo rimasti senza eroi, forse perché la Marvel li ha portati tutti al cinema. Sandokan invece, anche se è la Tigre della Malesia, rimane un eroe italiano, ideato da un veronese che nell’impossibilità di viaggiare ha creato un mondo dalla sua scrivania. In un mondo dove l’esperienza sembra diventata imprescindibile ma non è a portata di tutti, forse la via è re-imparare a sognare.
Nel ruolo del noto personaggio troviamo Can Yaman. Perché proprio lui? Non solo perché ha il phisique du rôle, ma perché ci ha tenuto davvero sin da subito: si è documentato e preparato molto sul personaggio, sfruttando al meglio gli anni che sono serviti per lo sviluppo e la preparazione della serie.
Cosa speri arrivi al pubblico di questa serie tv? Le emozioni su cui abbiamo lavorato meticolosamente per anni, curando ogni dettaglio, dalla scrittura al montaggio.
Tu e il mestiere di sceneggiatore. Come nasce questo amore? Fin da ragazzo avevo un unico sogno: guadagnarmi il pane scrivendo storie. Dopo una laurea in giurisprudenza, un master e tanta gavetta, per ora posso dire che finalmente sto vivendo questo sogno… e non voglio svegliarmi.
Cosa significa nel 2025 essere sceneggiatore? Significa lavorare il doppio per essere al passo di un pubblico sempre più esigente e preparato, superando ostacoli produttivi, economici e ultimamente anche tecnologici.
Sei anche autore del libro Una vita al kebab. Ci racconti meglio? E’ il mio romanzo d’esordio. Parla di un extracomunitario che arriva nella provincia italiana e riesce a integrarsi con il duro lavoro e l’aiuto di un prete speciale per la mia città: Don Roberto Malgesini, ucciso a Como nel 2020 da un immigrato a cui donava aiuto.
Nuovi progetti? Sto lavorando allo sviluppo della seconda stagione di Sandokan e a una nuova serie legal per Rai 1. Con il tempo che rimane, cerco di affrontare il mio secondo romanzo.
