ALFREDO COSSU ne “La salita”: «Emanuele vive nella noia per sopravvivere»

Napoli. 1983. A causa di alcune lesioni dovute al bradisismo il carcere femminile di Pozzuoli viene chiuso e le detenute smistate provvisoriamente in altre strutture penitenziarie della Regione. Alcune di queste vengono momentaneamente ospitate presso il Carcere minorile di Nisida, che all’epoca è solo maschile. In quello stesso periodo Eduardo De Filippo, nominato senatore a vita, sorprende l’aula e i colleghi di Palazzo Madama facendo un discorso di insediamento tutto orientato a favore dei ragazzini reclusi nel carcere minorile di Nisida e nel Filangieri. Va più volte in visita a Nisida, contribuisce alla ristrutturazione del Teatro del carcere, disegnandone la nuova struttura di suo pugno. Impianta nel carcere una scuola di scenotecnica e una di recitazione, invia gli attori della sua compagnia per mettere in scena quello che sarà il primo spettacolo teatrale in un istituto penitenziario minorile italiano. Da queste due storie vere e dall’incontro fra un giovane detenuto di Nisida e una detenuta del femminile di Pozzuoli, che vivono insieme per la prima volta l’esperienza del teatro, prende le mosse questo film, che mescola realtà e fantasia, personaggi reali e personaggi inventati, per costruire un grande affresco di sentimenti e passioni, ambientato nel carcere minorile di una Napoli di 40 anni fa, lontana e diversa ma in fondo anche molto simile a quella di oggi. Si tratta del film La salita che segna il debutto alla regia di Massimiliano Gallo dal 9 aprile al cinema, prodotto da Rai Cinema e distribuito da Fandango. Nel cast troviamo ALFREDO COSSU, un giovane e promettente attore nel ruolo di Emanuele. Ne abbiamo parlato con lui.
Partiamo dall’inizio. Per quali motivi dire sì a questo film? Lavorare con questo regista è stato un vero onore. Mi ricordo tutto del set, da prima delle riprese ma anche dopo. Avevo realizzato un “self tape” per un provino per il personaggio di Emanuele . E’ passato del tempo, sono stato impegnato con uno spettacolo a teatro fino a quando non ho ricevuto una chiamata per un call back. Ovviamente sono stato felice dell’opportunista che mi veniva data. Conoscevo e apprezzavo Massimiliano Gallo per averlo visto a teatro, in tv e al cinema e mi faceva enorme piacere lavorare con lui. Il mio era un personaggio molto interessante e non privo di poche responsabilità.
Essere diretto da Massimiliano Gallo quale valore ha? È stato un vero condottiero, un perfetto capitano della nave, fin dal momento dei primi call back. Lui è prima di tutto un attore. Ha capito subito le esigenze di un giovane attore ventitreenne come me che si affacciava a un personaggio importante e pieno di sfaccettature e durante le riprese ha cercato di farle emergere in ogni ciak. Mi ha dato fiducia e mi ha permesso, spero per il pubblico, di donarmi nel miglior modo possibile. La sua è un’umanità molto forte. Mi ha fatto molto piacere poter trascorrere il capodanno con lui e la sua compagnia teatrale, avendo avuto il privilegio di assistere allo spettacolo da una postazione dietro le quinte del Teatro Carignano di “Malinconico-Moderatamente felice”.
Nel film tu sei Emanuele. Come lo descriveresti? Cosa ti accomuna con lui? E’ un personaggio molto lontano da me, posso dirti però che entrambi non siamo spavaldi. E’ un disilluso, non ha sogni e non ha prospettive, sa di non sapere. E’ rassegnato e vive nella noia per sopravvivere. E’ abbandonato a se stesso, ha solo una zia. Emanuele ha un rapporto molto bello e positivo con i suoi amici e con il personaggio di Giovanni, una delle due guardie/angeli custodi del carcere.
Che rapporto è nato con Roberta Caronia, attrice con la quale interagisci maggiormente nel film? Non la conoscevo. L’opportunità di condividere la scena con una partner fantastica come Roberta, che interpreta Beatrice, una delle detenute adulte, mi ha permesso di aggiungere un altro bel tassello al mosaico. E’ una professionista di altissimo livello. Mi ha messo a mio agio e spero in futuro di poter dividere il set ancora con lei.
L’amore per la recitazione come e quando è nata? Mio padre è avvocato ma scrive per altri spettacoli teatrali e all’età di circa cinque anni mi ha portato con lui alle prove. Quando è stata aperta la porta del teatro, sono stato avvolto dall’odore polveroso del palcoscenico, un odore che ricordo ancora e che mi ha portato a intraprendere questa scelta professionale.
Essere attore cosa significa per te? Poter staccarmi dalla monotonia del quotidiano mettendomi nei panni di altri molto lontano da me.
Il teatro per te cosa rappresenta? Ogni sera sul palcoscenico c’è sempre qualcosa di extra – ordinario. Non c’è cosa più bella. E’ pura magia, è comunicazione sincera tra colleghi e tra il pubblico presente. Non morirà mai.
E per Emanuele? E’ una boccata di aria fresca dallo scorrere di tutti i giorni. Emerge infatti il potere salvifico dell’arte, è una forma di libertà.
Sei un napoletano di origine sarda ma cosa ti unisce a queste due terre? L’enorme amore per il proprio territorio, un amore corrisposto da me.
Nuovi progetti? Tornerò in teatro nella prossima stagione diretto da Francesco Piccirillo, sia per i bambini sia per gli adulti.
