Fra Giovanni da Verona. Rigenerare la periferia
Di Fra’ Giovanni si sa pochissimo. Ci teneva molto a rimanere sconosciuto, nascosto. Certamente tra qualche giorno a mano a mano che i visitatori vedranno cosa ci ha donato il suo genio, diventerà suo malgrado virale. Ciò che si sa, soprattutto dal punto di vista dell’opera, lo si deve ad altri, in grado di comprendere la genialità e maestria del frate benedettino olivetano. Dal canto suo esercitava azioni di “nascondimento” come sottolinea più volte Giovanni Bresadola, uno dei curatori della mostra Tessere la tua lode. Le opere lignee di fra’ Giovanni da Verona in Santa Maria in Organo, inaugurata sabato 11 maggio nel silos di Levante del complesso Santa Marta di Verona. Ad affascinare immediatamente il visitatore è la personalità di questo grande artista che intese rimanere nell’ombra.
Senza ricorrere ad effetti speciali multimediali l’esposizione riesce attraverso pannelli a mettere in risalto la bravura e la caratura etica del frate. Basterebbe prendersi il tempo e fermarsi ad ammirare anche una sola tarsia del coro conservato a Verona in Santa Maria in organo e cominciando dai colori del legno, non casuali ma voluti, ricostruire a ritroso il lavoro e la fatica necessari per arrivare all’opera che per fra’ Giovanni era concepibile e legittima perché dono, strumento per avvicinare altri alla luce, a Dio. Fra’ Giovanni è uomo del Rinascimento, ma non collocabile nella fase di eclissi spirituale. Al contrario, è uno dei massimi esempi di armonia tra umanesimo e fede, nella perfetta messa in pratica della regola benedettina “ora et labora“. Il lavoro con il legno può essere assunto a metafora esplicativa di una serie di valori che il monaco aveva fatto suoi e voleva rendere accessibile ad altri attraverso il proprio sacrificio (tempo e fatica in primis) e il talento artistico.
Uno dei primi estimatori degli intarsi di fra’ Giovanni è Giorgio Vasari che, a dispetto della divisione delle arti in maggiori e minori, lo inserisce come unico artista del legno nelle sue Vite dove lo chiama maestro, anche per le sue innovazioni tecniche, ad esempio nell’uso del colore. Come ricorda don Giovanni Brizzi, monaco benedettino olivetano dell’Abbazia di Seregno, che nell’introduzione al catalogo della mostra cita proprio il Vasari: “dando varii colori a’ legni con acque e tinte bollite e con olii penetrativi, per avere di legnami i chiari e gli scuri variati diversamente, come nella arte della pittura, e lumeggiando con bianchissimo legno di silio le cose sue“. L’originalità del religioso intagliatore è da ricercarsi anche nella varietà dei soggetti e motivi, dovuta certo alla sua fantasia ma soprattutto alla ricerca per scoprire in ogni forma l’essenza geometrica, riflesso della perfezione divina. L’attenzione per la natura mostrata dall’inserimento di animali e fiori nei suoi intarsi va sempre mantenuta nel perimetro della sua interiorità, della sua spiritualità e profonda fede nella perfezione divina che riconosciuta nel mondo che ci circonda ci fa sentire l’eterno nel quotidiano. Ogni rappresentazione lignea mantiene due livelli di lettura: il significato esplicito e quello latente che riporta al senso ultimo dell’arte che è quello nello stesso tempo di superare la morte e il trascorrere del tempo e ricordarci che la bellezza è fragile. Già dalle prime esperienze del coro veronese si ripetono sulle superfici intarsiate i simboli della morte e della caducità dell’essere umano, evocati da oggetti come il teschio, la clessidra, la candela spezzata o gocciolante, la lucerna spenta, le corde spezzate degli strumenti musicali, i vasi con i fiori cadenti. Lo stesso vaso di cristallo intarsiato è simbolo chiaro della bellezza e della fragilità. Fra’ Giovanni, uomo dell’umanesimo, colto, viaggiatore instancabile e curioso conoscitore di uomini e artisti. Lavora in giro per l’Italia muovendosi nei luoghi della congregazione come Cremona, Roma, Lodi, Siena, Ferrara, Napoli, tanto che oggi le sue opere sono sparse un po’ per tutta la penisola, a dispetto delle difficoltà logistiche incontrate a causa della difficilissima situazione sociopolitica in cui riversava l’Italia dell’epoca, dilaniata da guerre che la rendevano instabile e pericolosa.
La mostra dedicata ai 500 anni dalla morte del maestro olivetano è la prima vera occasione di avvicinarsi ai suoi capolavori ed è stata anche occasione per aprire alla città il Silos di Levante del complesso Santa Marta, dopo un lungo lavoro di restauro e di vari interventi per rendere accessibile e sicura la struttura. Al termine dell’inaugurazione i partecipanti hanno potuto visitare anche il sottotetto dove è stata ricostruita la struttura austriaca adibita allo stoccaggio di granaglie utili per essere trasformate in pane e gallette per rifornire l’intera guarnigione impegnata nelle guerre d’indipendenza della seconda metà dell’Ottocento. Si tratta di silos rifunzionalizzati che per la prima volta si aprono alla città; una parte del silos sarà riservata ad aule universitarie. L’operazione di rilancio e ristrutturazione è stata resa possibile da fondi europei con la partecipazione del Comune di Verona, presente con la vicesindaca Barbara Bissoli (assessora alla Pianificazione territoriale, Urbanistica, Beni culturali e paesaggio, Parità di genere, Patrimonio e Edilizia privata) e l’assessora alla Cultura Marta Ugolini, che sottolinea l’importanza fondamentale della cultura per la riqualificazione urbana e anticipa come gli spazi del silos che fino al 15 giugno ospiteranno la mostra Tessere la tua lode, saranno sede di una serie di eventi e manifestazioni per la città allo scopo di far conoscere altri aspetti e tesori sconosciuti ai più. Ad organizzare la mostra l’associazione Rivela, con la convinta e preziosa collaborazione della diocesi, che ha consentito anche a studenti di 10 scuole veronesi di partecipare, maturando preziose esperienze da spendere in ambito lavorativo.
