Palermo. "La mafia che cambia" antidoto alle mafie nella settimana del ricordo di Paolo Borsellino e degli agenti di scorta
“La paura è normale che ci sia. In ogni uomo, l’importante è che sia accompagnata dal coraggio” (Paolo Borsellino).

Un uomo lasciato solo, il giudice Paolo Borsellino, eroe tragico soprattutto nei 57 giorni che separarono la sua morte nell’attentato in via D’Amelio a Palermo quel 19 luglio 1992 con gli agenti della sua scorta Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Claudio Traina, Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, da quella dell’amico e collega giudice Giovanni Falcone, assassinato con la moglie, anche lei magistrato, Francesca Morvillo, e gli agenti della scorta Antonio Montinaro, Vito Schifani, Rocco Dicillo, nella strage di Capaci il 23 maggio 1992. Chi rilegge la storia di quei giorni e il successivo depistaggio delle indagini insieme alla scomparsa dell’agenda rossa del magistrato, prelevata pochi minuti dopo l’attentato, elementi di cui, a parte l’arresto della cosiddetta “manovalanza”, ancora i familiari e la società civile reclamano giustizia, potrà individuare le falle e i buchi neri che li caratterizzarono, che accenniamo per sommi capi: la mancata zona rimozione nel luogo, prevedibile, dell’attentato; la fuga di notizie giunte a Borsellino sulla pianificazione dell’attentato e sull’arrivo dell’esplosivo non per vie ufficiali, di cui il suo capo era a conoscenza; la contiguità di parte delle istituzioni che aveva servito e anche di amici insospettabili, come traspare dalla sua amara allusione a un “Giuda”, quindi un amico, che aveva tradito Falcone, in quello che fu il suo ultimo discorso pubblico, pronunciato il 25 giugno 1992 alla Biblioteca Comunale di Palermo. Il giudice Paolo, come un antico eroe tragico, era consapevole di quello che lo aspettava, ma il coraggio prevalse sulla paura, continuo’ a compiere il suo dovere giorno per giorno, e non si tirò indietro dal tentativo, probabilmente andato a buon fine, di indagare le cause della strage di Capaci, di cui, sempre nell’incontro a Casa Professa, aveva annunciato che avrebbe riferito alla competente autorità giudiziaria di Caltanissetta, e che gli fu impedito con l’accelerazione della strage, di lì a poco.

Ma, a distanza di 34 anni, la consapevolezza della società civile di dire “No!” a ogni forma di comportamento contiguo alle mafie, traspare oggi in modo netto, e non soltanto nelle manifestazioni: uomini, donne, anziani, giovani e bambini, dal Nord al Sud Italia, esprimono coi gesti di ogni giorno il distacco da quei comportamenti che portano linfa alla mafia. Gente comune che, ciascuna nel suo ruolo, crede che sulle proprie gambe possano camminare gli ideali dei martiri della lotta per un mondo più giusto e più equo.
Per questo negli ultimi mesi è proprio la società civile a essere profondamente allarmata dalla recrudescenza di atti intimidatori e violenza sulle strade e nei quartieri di Palermo, che sembrano trascinarla indietro in anni bui che vogliamo dimenticare: la voluta e anomala spettacolarizzazione di atti intimidatori che si sono succeduti rapidamente negli ultimi mesi, in una escalation da parte di giovani criminali con la barba, quasi bravi manzoniani dal look riconoscibile: gesti come proiettili contro la chiesa nel quartiere dello ZEN, colpi di kalasnikov alle saracinesche di alcune attività commerciali esercenti in località balneari come Sferracavallo, da gelaterie a locali di intrattenimento, l’incendio doloso a attività imprenditoriali di maggior prestigio come la concessionarie di auto Siciliy by Car, sponsor uffciale della Palermo Calcio; la città trasformata, come altre d’Italia, ma forse in modo volutamente più plateale, in determinate ore del giorno, quelle più assolate e silenziose che anticipano i fine settimana della “movida”, in una grande piazza di spaccio a cielo aperto, e video sbandierati sui social con il chiaro intento di affermare la volontà di riprendersi pezzi di territorio della città con una spregiudicatezza che evoca gli anni infuocati in cui si costitui’ il pool antimafia guidato da Caponnetto e la stagione del Maxi processo, ma che, anche, se ne differenzia proprio perchè la strategia della malavita di allora era agire nel nascondimento e colpire in modo preciso gli obiettivi a sorpresa; per questo fu intrapresa una azione energica contro le cosche che si contendevano il potere a Palermo e non solo, anni bui in cui persino il sindaco della città era stato arrestato per associazione a delinquere di stampo mafioso, e nacque la consapevolezza che bisognava aggredire il fenomeno dall’interno, non soltanto con la repressione, ma attraverso un movimento di riscatto culturale ed educativo che sradicasse le basi dei comportamenti ambigui e partisse dalle giovani generazioni, il famoso “esercito di maestri elementari” a cui fece riferimento lo scrittore Gesualdo Bufalino.

Ecco. allora, che un libro come “La mafia che cambia”, edito da BUR Rizzoli, un abbecedario delle parole che raccontano la trasformazione del fenomeno mafioso, per intercettarlo nella conoscenza dei lettori, ma anche il riscatto che culmina in un manifesto per una nuova antimafia, scritto a quattro mani dal PM Maurizio De Lucia, Procuratore antimafia che ha coordinato la cattura del boss superlatitante Matteo Messina Denaro, e dal cronista di Repubblica Salvo Palazzolo, sotto scorta da mesi quest’anno perchè oggetto di concrete minacce e intimidazioni mafiose, è uno strumento prezioso che non può non arricchire le nostre biblioteche personali e, chiaramente, il nostro patrimonio interiore di cittadini, da tramandare come antidoto di conoscenza alle giovani generazioni, esposte alla possibilità di essere cooptati in una zona grigia che alimenta le mafie attraverso comportamenti come il consumo di droghe, quali crack, hashish e cocaina, o la pratica del gioco d’azzardo.
Presentato giovedì 23 luglio presso la Biblioteca Comunale di Palermo, il chiostro barocco che aveva abbracciato le ultime parole pubbliche di Borsellino nel ’92, nell’incontro moderato dalla giornalista Elvira Terranova, insieme al Presidente della Corte d’Appello del Tribunale di Palermo, Antonio Balsamo, e alla Procuratrice del Tribunale dei Minorenni di Palermo, Lia Sava, questo libro ci insegna parole nuove e ci ricorda parole antiche, che dobbiamo conoscere per raccogliere come in una staffetta ideale il testimone e procedere a testa alta nella custodia dei valori della legalità e giustizia, di dissociazione da ogni comportamento pseudomafioso e forma di violenza, da ogni forma di corruzione e silenzio complice, proprio quando il giorno dopo arriva un’altra dichiarazione del PM De Lucia, durante un convegno di AssoStampa: «Le carceri non sono più sotto il controllo dello Stato. Vi sono conference call tra chi sta fuori, tra chi sta dentro e chi è in un altro carcere», alludendo al fatto che dietro i recenti arresti in carcere a Palermo, ci sono boss scarcerati o che senza difficoltà riescono a esprimere il loro potere criminale. E l’ allarme dato dalla constatazione del fatto che ancora una cospicua parte della società civile, sentendosi sguarnita, cede alle intimidazioni degli estorsori e alla paura che ne consegue, non denunciando, e abbassa la testa al ricatto del racket e del “pizzo” dei criminali.
Abbiamo in proposito raccolto le parole del Presidente della Corte d’Appello del Tribunale di Palermo, Antonio Balsamo, e del giornalista coautore del libro, Salvo Palazzolo nel PODCAST.
