Napoli, sedici colpi contro RESTA, Anniciello: «Hanno sparato contro un'idea di comunità, noi rispondiamo aprendo di più»
Di Mario Conforto
Il presidente di Arci Mediterraneo: «Non ci fermeremo. La legalità significa restare, rimboccarsi le maniche e costruire ogni giorno spazi di libertà e partecipazione».
A tre giorni dall’attacco che ha colpito la sede del progetto RESTA a San Giovanni a Teduccio, dove sono stati rilevati sedici fori sulle vetrate del presidio sociale promosso da Arci Mediterraneo Impresa Sociale, il presidente e amministratore delegato Mariano Anniciello sceglie di rispondere con parole che guardano oltre la cronaca e oltre la paura.
Nato come spazio di inclusione, partecipazione e cittadinanza attiva, RESTA rappresenta oggi un punto di riferimento per bambini, giovani, anziani e famiglie di uno dei quartieri più complessi dell’area orientale di Napoli. Un luogo dove si costruiscono relazioni, si combattono solitudine ed esclusione sociale e si promuove una concreta cultura della legalità attraverso il coinvolgimento diretto della comunità.
Nell’intervista che segue, Anniciello riflette sul significato di quanto accaduto, sul ruolo che il progetto RESTA svolge quotidianamente sul territorio e sulla risposta arrivata da cittadini, associazioni e istituzioni. Una testimonianza che trasforma un grave episodio intimidatorio in un’occasione per riaffermare il valore dell’impegno civico, della partecipazione e della presenza attiva nei quartieri.
“Se il messaggio era chiudete, la nostra risposta è apriamo di più”, afferma il presidente di Arci Mediterraneo, rilanciando una sfida che riguarda non soltanto RESTA ma l’intero mondo dell’associazionismo impegnato ogni giorno nella costruzione di comunità più coese, inclusive e solidali.
Presidente Anniciello, a tre giorni dall’attacco alla sede del progetto RESTA, qual è il sentimento prevalente all’interno della vostra organizzazione: rabbia, preoccupazione o determinazione a proseguire il lavoro avviato?
La rabbia c’è, ed è umana. La preoccupazione pure, perché attaccare una sede di aggregazione sociale significa attaccare i cittadini che la frequentano ogni giorno. Ma il sentimento che vince su tutti è la determinazione. Noi non chiudiamo, apriamo di più. La violenza sulla nostra sede non cancella il lavoro che facciamo con i bambini e gli anziani, con i volontari, con il quartiere. “Progetto resta” nasce proprio per dire che restiamo. E resteremo. Già da domani riapriremo la sede a tutti, con un presidio di comunità. Perché la risposta all’intimidazione è più partecipazione, non meno.”
Il progetto RESTA è diventato negli anni un punto di riferimento per tanti giovani e per le persone più fragili del territorio. Che cosa rappresenta oggi questa esperienza e perché ritiene che sia così importante difenderla e sostenerla?
“RESTA è casa per tutti a San Giovanni a Teduccio. Per i ragazzi è il posto dove non vengono giudicati, ma ascoltati. Per le persone fragili è il posto dove non restano sole. La difendiamo perché è la dimostrazione che la politica vera non è sui talk show, è qui: a riparare un’altalena, ad accompagnare un anziano dal medico, a fare i compiti con un bambino. Se RESTA cade, cade un pezzo di quartiere, di città. E noi questo non lo permettiamo.”
Sedici colpi contro una sede che promuove inclusione, partecipazione e coesione sociale hanno inevitabilmente un forte valore simbolico. Teme che possa trattarsi di un messaggio rivolto non solo a RESTA ma all’intero mondo dell’associazionismo e del terzo settore?
“Sedici colpi sono troppi per essere solo vandalismo. È un messaggio chiaro, e lo abbiamo capito tutti. Non hanno sparato contro una vetrina. Hanno sparato contro l’idea che i ragazzi del quartiere possano stare insieme senza essere divisi. Contro l’idea che un anziano solo possa trovare un caffè e due chiacchiere. Contro l’idea che i cittadini possano prendersi cura del proprio quartiere senza chiedere permesso. Quindi sì, temo che il messaggio non fosse solo per RESTA. Era per tutte le associazioni, le parrocchie, i comitati di quartiere che ogni giorno ‘restano’ e fanno. Ma le intimidazioni funzionano solo se hai paura. Noi la paura la trasformiamo in responsabilità. Se il messaggio era ‘chiudete’, la nostra risposta è ‘apriamo di più’.
Arci Mediterraneo opera dal 1990 sui temi della pace, dell’accoglienza, dell’educazione e della cittadinanza attiva. In oltre trent’anni di attività avete incontrato molte sfide. Questo episodio cambia in qualche modo il vostro approccio o rafforza ulteriormente la missione dell’organizzazione?
“In 35 anni ne abbiamo viste tante. Questo episodio non cambia ARCI Mediterraneo: la rafforza. La nostra missione è nata per dare fastidio all’odio e all’indifferenza. Se sparano alla sede significa che stiamo facendo bene il nostro lavoro. Andiamo avanti, con più pace, più accoglienza, più cittadinanza attiva. E con più porte aperte.”
Dietro RESTA c’è una rete composta da operatori, volontari, educatori e giovani che ogni giorno costruiscono opportunità e relazioni. Qual è stata la loro reazione nelle ore successive all’accaduto e quale messaggio desidera rivolgere a chi lavora sul campo?
Nelle prime ore c’è stato silenzio. Quel silenzio che ti cade addosso quando capisci che non è stato ‘un atto di vandalismo qualsiasi’. C’era rabbia negli occhi degli educatori, c’era preoccupazione nei messaggi dei volontari. Poi è partita subito la voglia di riaprire e ricominciare. RESTA nasce per essere un presidio di legalità. E la legalità non è solo denunciare alle forze dell’ordine, anche se lo abbiamo fatto e lo rifaremo. La legalità è far vedere ai nostri figli che quando qualcuno prova a toglierti uno spazio, tu ne apri due. La legalità è insegnare che i problemi non si risolvono scappando, si risolvono restando e rimboccandosi le maniche.
In questi giorni sono arrivate numerose attestazioni di solidarietà da istituzioni, associazioni e cittadini. Quanto è importante questa risposta collettiva e cosa può fare concretamente la comunità per trasformare la vicinanza in un sostegno duraturo ai vostri progetti?
La solidarietà delle istituzioni in queste ore è stata immediata, dalla Regione alla Municipalità. La partecipazione serve. Serve più delle telecamere, serve più dei comunicati, serve più della vernice per coprire le scritte. Perché chi ha sparato 16 colpi voleva una cosa sola: farci chiudere la porta e farvi stare a casa. Voleva trasformare RESTA da ‘casa di tutti’ a ‘vetrina vuota’.
Se dovesse rivolgersi direttamente ai giovani che frequentano RESTA e alle famiglie che guardano a questa esperienza come a un presidio di speranza e di legalità, quale sarebbe il messaggio che desidera consegnare loro dopo questo grave episodio?
Una cosa semplice: non abbassate la testa. Hanno sparato 16 colpi contro questa sede perché qui dentro voi ridete, studiate, giocate, litigate e fate pace. Qui dentro voi siete liberi. E la libertà, a qualcuno, dà fastidio. Io vi chiedo una cosa sola: continuate a venire. Continuate a sporcarvi le mani coi colori per ridipingere il muro. Continuate ad esultare quando c’è un evento sportivo. Continuate a chiedere aiuto per i compiti di matematica. Ogni volta che varcate questa porta, voi rispondete a chi ha sparato. La vostra risposta è il rumore dei vostri passi, non il silenzio della paura.
