Di Mario Conforto
Il tema della governance dell’acqua torna con forza al centro del dibattito istituzionale dopo la decisione della giunta regionale della Campania, guidata dal presidente Roberto Fico, di ritirare in autotutela la procedura per la selezione del socio privato: Gric – Grandi reti idriche campane s.p.a.. La società era stata concepita per gestire il sistema acquedottistico della grande adduzione primaria di interesse regionale, un’infrastruttura strategica per l’approvvigionamento idrico del territorio.
La scelta dell’esecutivo regionale di fermare il percorso e di avviare un approfondimento su un modello di gestione che valorizzi pienamente il ruolo pubblico dell’acqua ha riaperto un confronto che coinvolge amministratori, studiosi e movimenti civici. Tra le voci più attente c’è quella di Paolo Pantani, vicepresidente del Centro studi Regione Mezzogiorno Mediterraneo Eu-med, realtà impegnata da decenni nella tutela delle risorse idriche e nella riflessione sul futuro del servizio pubblico.
Pantani non nasconde che la decisione della Regione possa rappresentare «un passaggio potenzialmente storico», purché non resti confinata a una dichiarazione d’intenti. «Il vero nodo – osserva – non è soltanto stabilire se la gestione debba essere pubblica o privata. La questione centrale è la capacità gestionale, cioè la possibilità che una struttura pubblica dimostri di saper amministrare un bene comune con efficienza e sostenibilità economico-finanziaria».
Per spiegare questa posizione Pantani torna con la memoria a un episodio che appartiene alla storia civica di Napoli. Era il 1995, quando la prima amministrazione comunale guidata da Antonio Bassolino si trovò ad affrontare una situazione finanziaria complessa ma, al tempo stesso, voleva inaugurare una stagione di rinascita culturale con il primo Maggio dei Monumenti.
In quel contesto l’amministrazione chiese la collaborazione di alcuni esponenti della società civile legati alla lista civica Alternativa Napoli, che sosteneva dall’esterno la giunta attraverso due consiglieri comunali del quartiere San Ferdinando, il compianto ingegnere Pino Coppola e Ignazio Riccio, infermiere pediatrico dell’ospedale Santobono.
Pantani ricorda quei giorni come una stagione di partecipazione spontanea. «Ero il responsabile del comitato elettorale di Piazzetta Rosario di Palazzo, nel cuore dei Quartieri Spagnoli. In una riunione con gli iscritti del comitato decidemmo di accettare la richiesta del Comune: ci saremmo autotassati per contribuire all’iniziativa».
Da quella riunione nacque un’intuizione destinata a lasciare il segno. «Fu Peppe Bergamo a proporlo con semplicità: riaprire le sorgenti dell’acqua suffregna, chiuse dal 1973 con il pretesto dell’epidemia di colera».
Il progetto prese forma rapidamente. Con le autorizzazioni del Comune e del Demanio si costituì un piccolo gruppo di lavoro composto dal geologo Riccardo Caniparoli, dallo storico e scrittore Diodato Colonnesi, da Pantani stesso e da una squadra di giovani idraulici dei Quartieri Spagnoli.
Per tre mesi il gruppo lavorò al ripristino della sorgente del Biberellum, nei pressi dei Cavalli di Bronzo, nelle vicinanze del Castel Maschio Angioino, intervenendo sul bottino di presa e sulla storica fontana ottocentesca con testa di leone in ceramica. L’operazione fu interamente finanziata con risorse personali e collettive.
Le analisi dell’acqua – sia private sia ufficiali – confermarono ciò che la tradizione popolare non aveva mai dimenticato: parametri chimico-fisici equilibrati e purezza batteriologica elevata, grazie alla provenienza dalla falda profonda.
La riapertura della sorgente coincise con la chiusura del Maggio dei Monumenti del 1995 e si trasformò in una grande festa popolare. Migliaia di persone tornarono ad attingere la storica acqua suffregna.
Il successo, tuttavia, mise subito in luce un problema strutturale: la gestione. «Noi – racconta Pantani – non avevamo alcun mandato amministrativo. Eppure, di fronte all’enorme afflusso di cittadini, il sindaco mi chiese personalmente di mantenere aperta la fonte».
Il gruppo accettò per senso civico, ma si trovò presto ad affrontare una situazione insostenibile. «Arrivavano fino a trentamila persone al giorno, senza un vigile urbano, senza un custode, senza alcun supporto istituzionale». Dopo tre mesi di richieste rimaste senza risposta, la sorgente venne chiusa. «Non fu un caso di cattiva gestione – precisa Pantani – ma di totale assenza di gestione pubblica».
Da quell’esperienza nacque l’associazione Nea-Hidros, dedicata allo studio e alla valorizzazione delle risorse idriche del territorio, comprese le antiche sorgenti platamoniche. L’iniziativa si trasformò negli anni in un laboratorio di ricerca e proposta, poi confluito nelle attività del Centro studi Eu-Med.
È proprio questa lunga esperienza che porta Pantani a guardare con interesse alla scelta della Regione Campania. «Se davvero si vuole costruire una società interamente pubblica, la sfida sarà dimostrare che può operare con efficienza economica, senza gravare sulla fiscalità generale».
Il tema assume una dimensione ancora più ampia se collocato nel contesto internazionale. «Viviamo una fase storica in cui acqua e grano sono diventati fattori strategici della competizione geopolitica. Lo dimostrano le analisi delle principali riviste di geopolitica e degli istituti di difesa».
Pantani cita il lavoro di studiosi con cui il Centro Studi collabora da anni, tra cui Adriano Giannola, presidente della Svimez, e Salvatore Capasso, direttore del Dipartimento scienze umane e sociali e patrimonio culturale del Cnr. Anche i ricercatori Giovanni Canitano e Irene Bosco dell’Istituto di studi sul Mediterraneo del Cnr (IS-Med) hanno analizzato scientificamente la questione delle risorse idriche nel bacino mediterraneo.
Il Mediterraneo e il Mezzogiorno, sottolinea Pantani, sono territori dove la sicurezza idrica sarà sempre più centrale. Non è un caso che altre regioni guardino con interesse alla scelta campana. «La Sicilia, colpita da una storica carenza d’acqua, osserva con attenzione il percorso intrapreso dalla Campania. La decisione del presidente Roberto Fico e dell’assessora all’Ambiente Claudia Pecoraro viene spesso citata come un possibile modello».
La condizione imprescindibile resta tuttavia la stessa: gestione efficiente e costi pubblici controllati, compatibili con la finanza locale.
Pantani concrlude con un appello alla responsabilità istituzionale. Pur avendo espresso in passato critiche politiche, il Centro studi Regione Mezzogiorno Mediterraneo Eu-Med si dichiara disponibile a collaborare con le istituzioni regionali.
«La Regione deve tornare a essere soprattutto un ente di programmazione strategica. Occorre evitare la proliferazione incontrollata di società partecipate, dove spesso si annidano inefficienze e distorsioni. Bisogna invece valorizzare la ricerca scientifica, i progetti solidi e le competenze».
In questa prospettiva, Pantani individua due priorità decisive per il futuro della Campania: il risanamento della sanità e il recupero pieno dell’efficienza del sistema acquedottistico regionale.
«In tempi così difficili – conclude – l’acqua non è soltanto una infrastruttura o un servizio. È un bene comune essenziale, e dalla sua gestione dipenderà una parte importante del futuro economico e sociale del Mezzogiorno».
