Di Mario Conforto
Non è un contenitore neutro, e non potrebbe esserlo. Il complesso di Santa Fede Liberata, nel cuore antico della città, è già di per sé una tesi: ritiro penitenziale femminile, ospedale per prostitute, conservatorio, fino alla tipografia di Benedetto Croce. Un luogo in cui controllo, assistenza e marginalità si sono sovrapposti nei secoli e che oggi torna a essere spazio di discussione politica. Giovedì 9 aprile, alle ore 18, in via s. Giovanni Maggiore Pignatelli 2, ospiterà la presentazione di ‘Dominio’, il libro di Marco D’Eramo che prova a smontare le forme contemporanee – e spesso impercettibili – del potere.
Non un saggio sulla sovranità visibile, ma sulla sua dissoluzione apparente. ‘Dominio’ lavora per sottrazione: non indica soltanto chi comanda, ma come il comando si mimetizza, fino a diventare abitudine, paesaggio, normalità. «Uno degli effetti della vittoria dei dominanti – osserva l’autore – è stato quello di renderci ignari della nostra stessa subordinazione». È qui che il libro trova il suo bersaglio: non la forza, ma l’invisibilità della forza.
A discuterne con l’autore saranno Carlo Iannello e Gianfranco Nappi. Il confronto promette di restare su un crinale poco frequentato: quello in cui la critica del potere non si limita alla denuncia, ma interroga le categorie con cui lo si pensa. Perché il punto, suggerisce D’Eramo, è che continuiamo a leggere il presente con strumenti del passato: la democrazia di un mondo lento, il capitalismo dei commerci, il socialismo dell’industria. Nel frattempo, la realtà ha cambiato scala.
Il ragionamento si allarga. Viene messa in discussione l’idea di una natura umana immutabile, inchiodata alla competizione. Al contrario, emerge un’antropologia dinamica: dalla Rivoluzione francese in poi, le società hanno conosciuto rotture che hanno riscritto diritti e gerarchie. Non un progresso lineare, ma una storia aperta, reversibile. E tuttavia il presente registra una difficoltà ulteriore: la crisi del soggetto politico. Le categorie novecentesche resistono nella struttura sociale, ma evaporano sul piano simbolico. Gli individui occupano ancora posizioni definite, ma non si riconoscono più in esse. La conseguenza è una frammentazione che rende improbabile ogni azione collettiva.
In filigrana, la questione internazionale. Gli Stati Uniti – liquidati spesso con troppa fretta – hanno costruito una forma di dominio che non si esaurisce nella dimensione economica o militare. È un’egemonia culturale, capace di produrre consenso senza imposizione esplicita. Una trasformazione che segna la distanza dagli imperi europei del passato.
L’iniziativa nasce da un intreccio di esperienze intellettuali e associative. L’ideazione e l’organizzazione sono del professor Nino Ferraiuolo, del direttivo nazionale di Futura Umanità e della presidenza dell’ARS – Associazione per il Rinnovamento della Sinistra, insieme alla professoressa Alessia J Magliacane, attiva tra l’École des Hautes Études en Sciences Sociales di Parigi e l’Università Federale di Rio de Janeiro.
A seguire, un controcanto musicale che non è semplice appendice. Nel cinquantesimo anniversario della morte di Phil Ochs, la serata proseguirà con un omaggio alla canzone politica americana. Sul palco, in una formazione inedita “on the road”, Francesco Rubino (voce e chitarra) e Alice Rubino (voce, chitarra e armonica), già protagonisti dello spettacolo ‘Attraverso Eastwood’. Non un intermezzo, ma una prosecuzione del discorso con altri mezzi: la musica come forma di critica e memoria.
A chiudere, una cena sociale. Ma il senso dell’appuntamento resta altrove. In un edificio che ha incarnato, nei secoli, diverse forme di disciplina e marginalizzazione, si torna a discutere di potere e subordinazione. Non come esercizio accademico, ma come domanda aperta. Perché, anche quando si fa invisibile, il potere resta storico. E dunque – almeno in linea di principio – trasformabile.
