Napoli, Carlo Cremona ripercorre trent'anni di battaglie LGBTQIA+
Di Mario Conforto
Carlo Cremona ripercorre trent’anni del movimento LGBTQIA+ napoletano: dalla memoria come bene comune al futuro del Pride, tra pluralismo, partecipazione democratica e nuove sfide per i diritti.
Ci sono storie che rischiano di essere dimenticate proprio mentre continuano a produrre i loro effetti nel presente. È il caso della lunga vicenda del movimento LGBTQIA+ napoletano, una storia fatta di battaglie, conquiste, divisioni, ricomposizioni e, soprattutto, di migliaia di persone che hanno contribuito, spesso lontano dai riflettori, a costruire nuovi spazi di libertà e cittadinanza.
Negli ultimi giorni una lettera aperta di Carlo Cremona ha riacceso il dibattito sul significato della memoria e sul futuro del Pride a Napoli. Un intervento che ha suscitato confronto perché non si limita a raccontare il passato, ma pone una domanda più profonda: a chi appartiene la storia dei diritti?
Presidente dell’associazione i-Ken, tra i promotori del Rainbow Center Napoli e protagonista di numerosi progetti sociali dedicati all’accoglienza, alla lotta contro le discriminazioni e al sostegno delle persone LGBTQIA+, Cremona è da oltre vent’anni una delle figure più presenti nel panorama dell’attivismo campano. Il suo percorso attraversa alcune delle tappe più significative del movimento, dal rilancio dell’associazionismo napoletano alla candidatura di Napoli come sede del Pride nazionale del 2010, fino alla costruzione di servizi permanenti in collaborazione con istituzioni, scuole, università e sindacati.
In questa conversazione, però, non c’è soltanto la ricostruzione di una vicenda associativa. C’è il tentativo di restituire complessità a una storia collettiva, ricordando come nessuna conquista civile sia il risultato dell’azione di una sola organizzazione o di una sola persona. La memoria, sostiene Cremona, è un bene comune e, proprio per questo, non può trasformarsi in patrimonio esclusivo di qualcuno.
L’intervista ripercorre trent’anni di storia del movimento LGBTQIA+ napoletano: il Pride nazionale del 1996, il lungo periodo di frammentazione associativa, la rinascita del 2005, l’organizzazione del Napoli Pride 2010 e l’evoluzione dei rapporti tra associazioni e istituzioni. Ma affronta anche temi di strettissima attualità: la partecipazione democratica, il pluralismo, il ruolo delle nuove generazioni, le politiche pubbliche contro le discriminazioni e la necessità di costruire servizi permanenti, capaci di accompagnare le persone ben oltre la manifestazione annuale.
Ne emerge una riflessione che va oltre il dibattito interno al mondo LGBTQIA+. È una discussione sul significato della democrazia partecipativa, sul rapporto tra memoria e futuro e sul valore del confronto all’interno delle comunità. Perché, come ricorda Carlo Cremona nel corso dell’intervista, un Pride non è soltanto un corteo: è un metodo di costruzione della cittadinanza, uno spazio nel quale il pluralismo dovrebbe rappresentare una ricchezza e non un ostacolo.
In un tempo in cui il rischio della semplificazione è sempre dietro l’angolo, questa intervista invita a rallentare, a ricostruire i passaggi della storia e a interrogarsi su una questione che riguarda tutti: come si custodisce una memoria collettiva senza trasformarla in un racconto esclusivo? È da questa domanda che prende avvio il dialogo con Carlo Cremona.
Carlo Cremona, nella tua lettera aperta richiami più volte il tema della memoria. Perché ritieni importante, oggi, ricostruire e discutere pubblicamente la storia del movimento LGBTQIA+ napoletano?
Perché la memoria è un bene comune. Non appartiene a chi l’ha vissuta, ma alle generazioni che verranno. Ogni diritto conquistato è il frutto del lavoro di tante persone, portatrici di idee, culture politiche e appartenenze associative differenti. Se perdiamo la memoria, perdiamo anche la capacità di comprendere come siamo arrivati fin qui e, soprattutto, di immaginare il futuro. Da questa esigenza nasce la mia lettera aperta. Non è un esercizio nostalgico né una rivendicazione personale. È il tentativo di restituire complessità a una storia che, negli anni, è stata talvolta semplificata fino a coincidere con il racconto di una sola organizzazione o di una sola stagione politica.La storia del movimento LGBTQIA+ napoletano è molto più ricca. È fatta di incontri, conflitti, alleanze, errori, intuizioni, sconfitte e ripartenze. È una storia collettiva e proprio per questo credo che appartenga a tutte e a tutti.
Tu sostieni che la storia dei diritti non appartenga a una singola organizzazione o a una singola persona. Quali sono, a tuo avviso, le esperienze e i protagonisti che hanno contribuito maggiormente alla crescita del movimento LGBTQIA+ in Campania negli ultimi trent’anni?

Prima di rispondere, credo sia necessario fare una precisazione storica. Quando si raccontano gli ultimi trent’anni del movimento LGBTQIA+ napoletano, si ha spesso la tentazione di descrivere un percorso continuo. In realtà non è stato così. La nostra storia è fatta di fasi profondamente diverse.La prima è quella del 1996, quando Napoli ospita il Gay Pride nazionale promosso da Arci Gay, nell’ambito della stagione dei Pride nazionali itineranti. Per la città fu un evento straordinario. Per la prima volta migliaia di persone omosessuali attraversavano pubblicamente le strade di Napoli rivendicando dignità, diritti e cittadinanza. Per molti della mia generazione quella giornata rappresentò un momento fondativo. Ma è importante ricordare anche ciò che avvenne dopo. Quel Pride, tuttavia, non produsse un consolidamento del movimento cittadino. Al contrario. Dopo il 1996 si aprì una lunga stagione di vuoto associativo. L’esperienza locale di Arci Gay si esaurì, l’associazionismo LGBTQIA+ perse progressivamente visibilità e Napoli rimase per molti anni priva di un soggetto organizzato capace di rappresentare stabilmente la comunità. È un passaggio storico che viene ricordato di rado.Paradossalmente quel vuoto coincideva con una delle stagioni più straordinarie della città. Napoli viveva il cosiddetto Rinascimento napoletano promosso dalle amministrazioni di Antonio Bassolino e, successivamente, di Rosa Russo Iervolino. Molti di noi trovarono proprio in quei processi di rigenerazione urbana, culturale e civile lo spazio nel quale esercitare il proprio impegno politico, molto più di quanto non fosse possibile fare all’interno di un movimento LGBTQIA+ che, in quegli anni, faticava perfino a esistere. La seconda fase inizia nel 2005. Nasce i Ken e contemporaneamente si rifonda Arcigay Napoli. Dopo quasi dieci anni di silenzio torna finalmente a esistere un tessuto organizzato capace di dialogare, confrontarsi e immaginare un nuovo protagonismo della città.Il passaggio decisivo arriva nel 2007, quando gli Stati Generali del movimento LGBTQIA+, convocati a Roma dal Circolo Mario Mieli, aprono una riflessione destinata a cambiare profondamente il modello organizzativo del Pride in Italia.In quella sede non si decide di abolire il Pride nazionale itinerante. Si decide invece di affiancargli un nuovo modello: quello dei Pride delle città. Nascono così il Roma Pride, il Bologna Pride, il Napoli Pride e le manifestazioni territoriali che, negli anni successivi, avrebbero dato continuità politica al movimento nei rispettivi territori, mentre il Pride nazionale continuava ad esistere. È in quel contesto che comprendiamo come Napoli dovesse tornare protagonista.Con i Ken partecipammo all’organizzazione del Roma Pride e del Bologna Pride del 2007 e del 2008, maturando esperienza e costruendo relazioni nazionali. Parallelamente, a Napoli, prende forma un importante laboratorio politico che coinvolge Arcigay Napoli, Arcilesbica Napoli, il MIT Napoli – prima ancora della nascita di ATN – insieme a Giordana Curati, Salvatore Simeoli, Fabrizio Sorbara, Laura Matrone, Gina Piscitelli e tante altre persone che contribuirono a costruire un percorso realmente condiviso. La sindaca Rosa Russo Iervolino accompagna quel processo con equilibrio istituzionale, garantendo alle diverse realtà associative uno spazio di confronto e di partecipazione.
Fu i-Ken a proporre e sostenere con determinazione, nelle assemblee nazionali del movimento, la candidatura di Napoli quale sede del Pride nazionale del 2010. La candidatura venne accolta e Napoli organizzò quello che, di fatto, sarebbe stato l’ultimo Pride nazionale italiano. Nel 2011, infatti, Roma ospitò l’EuroPride, manifestazione europea che segnò simbolicamente la conclusione della stagione dei Pride nazionali italiani. Da quel momento il modello cambiò definitivamente e rimasero i Pride delle città come principale espressione del movimento nei territori. Il Napoli Pride 2010 rappresenta ancora oggi uno dei momenti più alti della storia del movimento LGBTQIA+ campano e italiano. Oltre 250.000 persone attraversarono la città, con ventidue carri, un grande palco in Piazza del Plebiscito e una partecipazione straordinaria di associazioni, sindacati, istituzioni, università e cittadini. Vale la pena ricordare anche un altro dato.
Quella manifestazione fu costruita con pochissime risorse economiche dirette delle associazioni — circa tremila euro — ma grazie a un enorme patrimonio di lavoro volontario e a un sostegno della città quantificabile in circa centomila euro di servizi. Fu la dimostrazione concreta che un Pride cresce quando nessuno pretende di esserne proprietario e tutti si sentono corresponsabili. Per diversi anni questo metodo funzionò. Le amministrazioni locali dialogavano con l’intero movimento e il principio era semplice: il sostegno pubblico doveva favorire percorsi unitari, non rafforzare una singola organizzazione. Le differenze politiche esistevano, ma erano considerate un elemento di ricchezza. A mio giudizio questo equilibrio si è progressivamente modificato durante la stagione dell’amministrazione di Luigi de Magistris. Da quel momento è sembrata prevalere una logica diversa, nella quale il rapporto tra istituzioni e associazioni appariva sempre più orientato a privilegiare i soggetti maggiormente allineati alle posizioni politiche dell’amministrazione comunale.
Le realtà che esprimevano sensibilità differenti, come i Ken, si sono trovate progressivamente escluse dai luoghi nei quali si costruivano le scelte politiche del movimento cittadino. In quella fase si determinò anche una situazione che, dal mio punto di vista, non contribuì a chiarire i ruoli. Il presidente di Arcigay Napoli, organizzatore del Napoli Pride, ricoprì contemporaneamente anche un incarico politico nazionale nel movimento DEMA promosso dal sindaco. Non metto in discussione la legittimità delle persone, ma ritengo che quella sovrapposizione abbia alimentato una confusione tra rappresentanza associativa e rappresentanza politica. Nel frattempo abbiamo continuato a lavorare.
Abbiamo sviluppato progettazione sociale, costruito servizi, collaborato con l’UNAR, con il sindacato, con il mondo della cultura, con le università e con numerose istituzioni nazionali, trovando spesso maggiore riconoscimento fuori dal contesto cittadino che al suo interno. Negli ultimi anni sembrava possibile ricostruire un equilibrio fondato sul merito e sul riconoscimento reciproco. Le vicende che hanno accompagnato l’organizzazione dell’attuale Napoli Pride e il confronto successivo con le assessore comunali e regionali alle Pari Opportunità dimostrano invece che questa riflessione è ancora aperta. Il problema non è chi organizza formalmente una manifestazione. È naturale che vi sia un soggetto chiamato a organizzare la manifestazione.
Il problema nasce quando quel soggetto finisce per percepire il Pride come una proprietà, attribuendosi il diritto di stabilire chi possa partecipare alla costruzione del percorso politico e chi, invece, debba esserne escluso. Ed è qui che emerge una differenza importante. Non tutti i Pride hanno adottato questo metodo.
L’esperienza di “Arrevutamm Pride”, ad esempio, ha dimostrato che è possibile costruire un percorso realmente partecipato. In quel contesto abbiamo potuto prendere parte alle assemblee, discutere, avanzare proposte, contribuire alla costruzione della piattaforma politica pur mantenendo le nostre differenze associative e culturali. Nessuno ci ha chiesto di rinunciare alla nostra identità per poter essere parte del percorso. Per questo sostengo che metodologie diverse producono comunità diverse. Esistono Pride attraversabili, nei quali il pluralismo viene considerato una ricchezza. Ed esistono Pride sbarrati, nei quali l’accesso allo spazio politico sembra subordinato al consenso verso chi organizza. La storia del movimento LGBTQIA+ napoletano appartiene a tutte e a tutti. Ed è proprio perché appartiene a tutti che nessuno dovrebbe poterne rivendicare il monopolio.
Nella lettera emerge una riflessione sul rapporto tra il Pride e la partecipazione democratica. Che cosa significa concretamente costruire un Pride inclusivo e rappresentativo delle diverse anime della comunità LGBTQIA+?
Significa considerare il Pride non soltanto come una manifestazione. Il corteo è soltanto il momento conclusivo di un lavoro che dovrebbe durare tutto l’anno. Un Pride è realmente inclusivo quando le associazioni, le persone e le diverse sensibilità possono contribuire alla costruzione del percorso senza dover rinunciare alla propria identità. La partecipazione non consiste nell’essere invitati a un evento già deciso da altri. Consiste nel poter contribuire realmente alla definizione della piattaforma politica, delle priorità e delle modalità con cui una comunità sceglie di rappresentarsi.
Al di là della manifestazione annuale, quali sono oggi le principali questioni che riguardano la vita quotidiana delle persone LGBTQIA+ a Napoli e in Campania?
Oggi il Pride dovrebbe rappresentare soltanto uno degli strumenti di un lavoro molto più ampio. Le vere priorità riguardano la salute delle persone transgender, il sostegno ai giovani allontanati dalle famiglie, il diritto alla casa, al lavoro, alla salute mentale, il contrasto al bullismo e al cyberbullismo, l’accesso ai servizi e la costruzione di reti territoriali permanenti. In questi anni sono stati compiuti passi importanti, ma resta ancora molto da fare. Il successo di un movimento non si misura dal numero delle persone che partecipano a un corteo. Si misura soprattutto dalla capacità di costruire comunità, servizi, cultura e democrazia durante tutti gli altri trecentosessantaquattro giorni dell’anno.
Tu richiami il ruolo delle nuove generazioni. Come è cambiato il modo di vivere e rivendicare i diritti rispetto agli anni in cui hai iniziato il tuo percorso di attivista, e quali nuove sfide pongono oggi i giovani LGBTQIA+?
Quando ho iniziato il mio percorso di attivista, la prima battaglia era semplicemente quella della visibilità. Per molte persone dichiararsi significava mettere a rischio i rapporti familiari, il lavoro, le relazioni sociali. Uscire dall’invisibilità costituiva già un atto politico.
Oggi le nuove generazioni crescono in un contesto profondamente diverso. Hanno una maggiore consapevolezza dei propri diritti, dispongono di strumenti di comunicazione che noi non avevamo e vivono in una società che, pur con molte contraddizioni, è certamente più aperta rispetto a trent’anni fa. Questo però non significa che il loro percorso sia più semplice. Le discriminazioni non sono scomparse: hanno cambiato forma. Ai fenomeni tradizionali di esclusione si sono aggiunti il cyberbullismo, i linguaggi d’odio sui social network, l’isolamento digitale, la polarizzazione del dibattito pubblico e nuove forme di violenza psicologica che spesso colpiscono proprio gli adolescenti. C’è poi un altro elemento che considero molto interessante. Le nuove generazioni non chiedono soltanto il riconoscimento dei diritti LGBTQIA+. Hanno una visione molto più ampia delle battaglie civili. Parlano di ambiente, di pace, di disuguaglianze economiche, di salute mentale, di diritti dei migranti, di femminismi, di inclusione delle persone con disabilità. Hanno interiorizzato il concetto di intersezionalità molto più di quanto abbia fatto la mia generazione. Ritengo che questa sia una grande ricchezza.
Naturalmente ogni generazione tende a pensare di dover ricominciare tutto da capo. È successo anche a noi. Ma la storia ci insegna che nessuna conquista nasce dal nulla. Ogni generazione eredita il lavoro di quella precedente e ha il compito di reinterpretarlo senza cancellarlo. Per questo credo che la sfida più importante sia costruire un dialogo tra generazioni. Noi abbiamo il dovere di trasmettere memoria, esperienza e strumenti. Le nuove generazioni hanno il diritto di cambiare linguaggi, priorità e modalità di partecipazione. Il movimento cresce quando queste due dimensioni riescono a parlarsi.
Nella tua esperienza, quale ruolo possono svolgere associazioni, scuole, università, terzo settore e istituzioni nel contrasto alle discriminazioni e nella promozione di una cultura del rispetto delle differenze?
Oggi nessuno può pensare di contrastare le discriminazioni da solo. Le associazioni rappresentano un presidio fondamentale di prossimità. Sono spesso il primo luogo nel quale una persona trova ascolto, sostegno e accoglienza. Le scuole hanno una responsabilità altrettanto importante. È lì che si costruiscono i primi modelli di convivenza democratica. Da docente, oltre che da attivista, sono convinto che l’educazione al rispetto delle differenze non sia un’attività aggiuntiva, ma una parte integrante della funzione educativa della scuola. Le università svolgono un ruolo decisivo nella produzione di ricerca, nella formazione delle professioni e nella costruzione di un sapere capace di accompagnare i cambiamenti sociali.
Il terzo settore rappresenta il luogo nel quale spesso si sperimentano le soluzioni più innovative: servizi di accoglienza, sportelli, mediazione sociale, progetti educativi, formazione, cultura. Alle istituzioni spetta infine il compito di trasformare queste esperienze in politiche pubbliche stabili. L’esperienza maturata in questi anni ci ha insegnato che i progetti sono importanti, ma non bastano. Occorrono servizi permanenti, finanziamenti strutturali, reti territoriali, formazione continua e una reale capacità di fare sistema. È questa la direzione nella quale, a mio avviso, dovrebbero andare le politiche pubbliche.
Penso, ad esempio, all’esperienza della Casa di Accoglienza LGBTQIA+ “Questa Casa non è un Albergo”, al Rainbow Center Napoli, ai servizi costruiti insieme alle istituzioni, ai progetti di prevenzione del bullismo nelle scuole, alle collaborazioni con il mondo universitario e con il sindacato. Sono esperienze che dimostrano come il cambiamento sia possibile quando le istituzioni scelgono di considerare il terzo settore un partner e non un semplice esecutore di servizi.
Guardando al futuro, quale dovrebbe essere secondo te la missione di un Pride nel 2026: celebrare le conquiste raggiunte, rivendicare nuovi diritti o costruire uno spazio permanente di confronto sui temi sociali che attraversano la comunità LGBTQIA+?
Credo che il Pride del futuro debba essere capace di fare tutte e tre queste cose. Deve celebrare le conquiste raggiunte, perché ogni diritto ottenuto è il frutto del sacrificio di tante persone che ci hanno preceduto. Deve continuare a rivendicare nuovi diritti, perché esistono ancora profonde disuguaglianze e molte persone LGBTQIA+ vivono condizioni di discriminazione, precarietà e solitudine. Ma, soprattutto, deve diventare uno spazio permanente di partecipazione democratica. Il Pride non può ridursi a una giornata di festa o a una manifestazione annuale. Dovrebbe essere una piattaforma civica capace di mettere in relazione associazioni, istituzioni, scuole, università, sindacati, terzo settore, cultura e cittadinanza.
Dovrebbe essere il luogo nel quale si discutono non soltanto i diritti delle persone LGBTQIA+, ma tutte quelle questioni che incidono concretamente sulla qualità della vita delle persone: la salute, il lavoro, la casa, l’istruzione, la mobilità, la pace, la giustizia sociale, la lotta alle mafie, il contrasto alle discriminazioni, la tutela dell’ambiente e dei beni comuni. Per questo motivo continuo a pensare che il Pride non sia un punto di arrivo. È un metodo. È un modo di costruire comunità. Ed è proprio il metodo che fa la differenza.
Se il Pride diventa uno spazio aperto, attraversabile, nel quale anche il dissenso trova cittadinanza e il pluralismo viene riconosciuto come un valore, allora continuerà a rappresentare uno straordinario strumento di crescita democratica. Se invece diventa uno spazio chiuso, nel quale pochi decidono per tutti, rischia di perdere progressivamente la propria funzione storica. Il Pride è nato per allargare la democrazia, non per restringerla.
Ed è questa, credo, la responsabilità più grande che oggi abbiamo nei confronti delle nuove generazioni: lasciare loro un movimento più libero, più plurale e più capace di ascoltare di quello che abbiamo ereditato noi.
