Mafie, oltre i cliché: a Napoli il confronto che rimette al centro la dimensione politica
Di Mario Conforto
Non più soltanto violenza, né semplice devianza criminale. La mafia torna al centro del dibattito come fenomeno politico e sociale complesso, in grado di intrecciarsi con economia, cultura e potere. È questa la chiave di lettura proposta dal seminario che si terrà il 25 marzo alle ore 16 presso il Dipartimento di Scienze Sociali dell’Università di Napoli Federico II, dedicato al volume ‘Criminalità immaginate. Ripoliticizzare la questione mafiosa’ di Antonio Vesco.
L’incontro, promosso dal laboratorio LIRMAC, riunisce studiosi e ricercatori per interrogarsi su come il racconto pubblico delle mafie abbia progressivamente semplificato una realtà ben più articolata. A intervenire saranno Gabriella Gribaudi, Attilio Scaglione e lo stesso autore, in un dialogo che punta a scardinare letture consolidate e spesso riduttive.
Al centro della riflessione vi è una critica netta alle metafore dominanti – il «cancro», il «virus», l’«antistato» – che hanno contribuito a rappresentare le organizzazioni mafiose come corpi estranei a una società sana. Una narrazione, questa, nata anche sull’onda emotiva delle stragi, ma che rischia di produrre una visione dicotomica e insufficiente, fondata su contrapposizioni rigide: legalità contro illegalità, Stato contro criminalità, onestà contro corruzione.
La ricerca accademica, al contrario, ha da tempo evidenziato come le mafie operino dentro le pieghe del sistema economico e istituzionale, alimentando relazioni, scambi e forme di consenso. In questa prospettiva, il riferimento teorico alle «comunità immaginate» di Benedict Anderson diventa uno strumento per reinterpretare il fenomeno mafioso non più come mera patologia, bensì come costruzione sociale e politica, radicata in dinamiche culturali e materiali.
L’analisi proposta da Vesco insiste proprio su questo punto: le mafie non si esauriscono nei clan armati, ma si estendono a una “borghesia mafiosa” composta da imprenditori, professionisti e segmenti della classe dirigente, capaci di esercitare egemonia attraverso clientelismo, relazioni e controllo delle risorse. Un sistema di potere che, pur senza ricorrere sempre alla violenza, incide profondamente nei processi decisionali e nelle forme di governo locale.
Ne emerge un invito implicito ma netto: superare l’approccio puramente moralistico e affrontare la questione mafiosa con strumenti critici più raffinati, capaci di coglierne la natura strutturale e politica. Un cambio di paradigma che appare oggi necessario per comprendere – e contrastare – un fenomeno che continua a evolversi, adattandosi ai mutamenti della società contemporanea.
