"L'Inserzione" di Giuseppe Cafiero, un testo teatrale sul furto di bambini figli dei Desapaceridos argentini

Un testo teatrale che mostra ciò che non si vede e riveste di realismo gli abissi dell’inconscio uncinandoli allo sfondo storico-politico della dittatura militare argentina. Il dramma di Giuseppe Cafiero “L’inserzione, filastrocca nel tempo dei silenzi” rivela già nel titolo un carattere surreale e una tessitura ossimorica che innesta la sua “filastrocca” o nenia nell’assurdità vacua del silenzio, si eleva su pilastri di cartapesta e oscilla fra l’evanescenza e la cupa, infernale, densità della tragedia del potere e dell’io. Scrittore e drammaturgo, Cafiero che ha sviluppato la sua ricerca nell’ambito della letteratura e dell’arte dedicando saggi di cui è autore a figure eminenti quali Flaubert, Joyce, Van Gogh, ha configurato per “L’Inserzione” un teatro che si misura con le grandi questioni socio-umanitarie e mette al centro il crimine del rapimento e adozione forzata dei figli dei Desaparecidos da parte di famiglie di militari devote al regime. “Guardandoci intorno – sottolinea Cafiero- ci si accorge che molti vogliono soddisfare le proprie necessità e i propri bisogni e questo attraverso l’esercizio di una volontà di dominio, di un potere che non è altro che una sorta di esecrabile gioco sociale. Si cerca sempre di imporre la volontà dell’io che afferma, pretende di colmare carenze che sono reali e inconsce. E’ una specie di artificio che vuole regolare la nostra esistenza, che gioca con volontà oscure per soddisfare questo desiderio ricacciato in un sentire ancestrale, un desiderio di sopraffazione che dimostra agli altri che io posso tutto ciò che l’altro non può”. La pacificazione, infatti, è un atto quotidiano che inizia da ciascun individuo con l’osservazione di sè, di quella spinta interna aggrovigliata fra paure, rabbia, invidie e gelosie, vendette e rancori che increspa l’ego, fomenta la sopraffazione, è l’agente speciale del conflitto. Il famigerato “lato ombra” della psicanalisi finisce con il giganteggiare dal piano individuale fino ai rapporti fra comunità e Stati. Nel dramma teatrale di Cafiero, già rappresentato a Buenos Aires in lingua spagnola, il figlio rubato per estirpare da lui i geni della dissidenza e farne un cittadino modello, potrebbe essere anche la proiezione di uno stato di coscienza, un fantasma, la luce di un inconscio che si ribella, in una stratificazione indecifrabile di reale e irreale, come accade in Luis Bunuel, cineasta caro all’autore de “L’Inserzione”, nel film Premio Oscar 1973 “Il fascino discreto della borghesia”.
Un progetto nel cassetto
Raffaele Rovinelli, giovane scrittore e poeta, diplomato al corso di Regia e Sceneggiatura dell’Accademia Nazionale del Cinema di Bologna, assumerebbe la regia del testo di

Cafiero se si dovesse mettere in scena anche in Italia uno spettacolo teatrale. Dei due protagonisti della piece, la coppia di genitori-carnefici, afferma: “i due personaggi sono portati verso il baratro, verso l’inferno. Non a caso nel testo si cita Dante, il Canto VII dell’Inferno, versi ripetuti in una cadenza ossessiva come un ritornello feroce del figlio. I due coniugi si distruggono, perdono tutto, anche materialmente”. Rovinelli, che ha ricevuto le prime ispirazioni di scrittura in prosa seguendo la serie “Twilight”, saga letteraria e cinematografica in cui Edward Cullen era il personaggio protagonista, ha scritto i suoi romanzi rifacendosi ai generi dell’urban e mystic fantasy e rivolgendosi poi alla poesia con le sillogi “Sciarade” e “Clamori”. Dell’arte ha una concezione poliedrica e chiarisce: “se si trova il terreno comune fra ogni ambito dell’arte, si intrecciano i collegamenti giusti, si rinforzano i legami, si costruiscono i ponti, mentre in questa epoca si stanno creando molti muri”. I suoi maggiori modelli sono Andreij Tarkovskij, regista, sceneggiatore, poeta dell’osservazione al punto da considerare il Cinema una forma di preghiera e Pierpaolo Pasolini. Di quest’ultimo dice: “lui era tutto, scrittore, poeta, regista, sceneggiatore, giornalista, critico cinematografico. In film come “Accattone” e “Mamma Roma” ha fatto salire sui set del Cinema la strada, la vita del proletariato delle borgate romane. Lo trovo un precursore straordinario in Italia di culture di cui sono appassionato e che dalla strada hanno preso anima, come l’Hip Hop di oltreoceano che dà voce alle sofferenze del sottoproletariato afro-americano e che ha avuto in Spike Lee la sua massima espressione”. L’Hip Hop potrebbe essere simbolicamente accostato alla ribellione del figlio nel dramma di Giuseppe Cafiero? Forse, ma si tratta di scelte interpretative di una narrazione per il teatro che riveste un profilo archetipico fatto di derive e , conseguentemente, di itinerari culturali per il reperimento di argini da contrapporre.
