Il restauro della colonna del pulpito di San Nicolò di Treviso
Il restauro della colonna del pulpito di San Nicolò di Treviso, concluso nel 2019, ha rappresentato un intervento di grande complessità tecnica e di profondo valore simbolico, restituendo nuova luce a uno degli elementi più significativi del Tempio domenicano.

L’opera si inserisce in un più ampio programma di valorizzazione e conservazione del ciclo pittorico che decora le colonne della navata, un insieme di affreschi di straordinario valore storico e devozionale.
Dal 2018, infatti, la chiesa di San Nicolò è al centro di un articolato percorso di restauri che ha interessato, tra le altre, le raffigurazioni di San Michele Arcangelo, Santa Caterina d’Alessandria, la Madonna del Parto con San Tommaso d’Aquino e il Santo Vescovo con devoto. Un itinerario di recupero e studio che oggi culmina con la restituzione della colonna del pulpito, simbolo di parola e predicazione, ma anche memoria viva della comunità domenicana.
A raccontare nel dettaglio questa importante operazione è il volume Il restauro della colonna del pulpito di San Nicolò di Treviso: storia di una restituzione, a cura di Giampaolo Cagnin e Benedetta Lopez Bani, recentemente pubblicato e dedicato al lavoro di ricerca, analisi e restauro condotto all’interno del Tempio.
In occasione della pubblicazione del volume, abbiamo incontrato le due

protagoniste che si sono occupate di questo progetto dal punto di vista tecnico: Benedetta F. Lopez Bani, Restauratrice e responsabile della progettazione e della documentazione del lavoro e della realizzazione stessa del complesso restauro, e Roberta Giacometti, Chimico ed Esperto di diagnostica e di scienze e tecnologie applicate ai beni culturali.
Con loro abbiamo parlato non solo degli aspetti tecnici e diagnostici, ma anche del valore simbolico di questo restauro, delle scoperte emerse durante le fasi operative e delle prospettive future di tutela e valorizzazione all’interno della chiesa di San Nicolò, dove il lavoro di studio e conservazione continua a restituire nuova vita a uno dei patrimoni artistici più ricchi e complessi del territorio trevigiano.
| Benedetta F. Lopez Bani(progetto, restauro, tavole propedeutiche) |
Ci può raccontare come è nato il progetto di restauro del pulpito e qual è stato il suo coinvolgimento principale?
A fine dicembre del 2019, durante la presentazione di un mio restauro nel Tempio di S. Nicolò a Treviso, il professor Giampaolo Cagnin espresse il desiderio di dedicare il restauro di un’opera ad affresco alla moglie Anne, in memoriam. Tra le opere dipinte a fresco che avrebbero avuto necessità prioritaria di restauro, la nostra scelta è caduta sulla terza colonna meridionale della navata, la colonna del pulpito, per la particolare bellezza delle superfici dipinte che versavano in uno stato di conservazione
preoccupante insieme al corpo lapideo del pulpito molto degradato.
Quali sono state le fasi più emozionanti del restauro?
Posso dire che inizialmente già la fase preliminare di studio della tecnica pittorica utilizzata per la realizzazione dell’affresco è stata molto stimolante, poiché trattandosi di riquadri di epoche diverse, evidenziavano differenti caratteristiche operative e modalità esecutive. Questa fase preliminare ha portato alla luce un’alta qualità pittorica e materica che si manifestava in ogni particolare che si svelava sotto ai miei occhi. In fase operativa, invece, la pulitura della spessa patina superficiale che copriva interamente la superfice ha permesso di far riemergere le luminose e sature cromie originali che ora si possono ammirare dal vivo dopo il restauro. Infine, la fase d’integrazione pittorica ha permesso di ricucire cromaticamente particolari non più leggibili, dando il giusto peso cromatico a tutta la composizione permettendo una nuova valorizzazione delle scene dipinte che vi invito ad andare a vedere dal vivo.
Come sono state elaborate le tavole propedeutiche di studio e quale ruolo hanno avuto nel lavoro complessivo?
Le tavole propedeutiche di studio sono una base fondamentale di studio delle superfici oggetto di restauro. Sono mappature cartacee realizzare in cantiere (in situ), e tracciano fedelmente tutte le rilevazioni e osservazioni visive che il restauratore può evidenziare durante la fase di studio e analisi: dalla metodologia di realizzazione degli affreschi alle forme di degrado che insistono sulla superfice, oltre al riconoscimento delle varie tipologie lapidee costitutive del pulpito oggetto di restauro. Le informazioni che emergevano sono state confrontate con quelle relative alle altre scene affrescate sulle colonne del Tempio che erano già state da me restaurate, evidenziando forti e sorprendenti analogie. Tali rilievi e indicazioni sono stati poi digitalizzati, da uno studio tecnico, su tavole grafiche in CAD molto chiare e dettagliate descritte con appositi retini colorati utilizzati per evidenziare le peculiarità delle aree oggetto di studio.
Il restauro del pulpito ha previsto anche collaborazioni con altri specialisti?
Certo si può affermare che il lavoro di restauro è sempre inteso, per me, come un’opera che coinvolge un’équipe di esperti adeguatamente formati, una compagine con una solida esperienza nell’ambito dei beni culturali, variegata per le specializzazioni dei professionisti che collaborano attivamente interfacciandosi ciascuno per la propria competenza e interagendo in modo interdisciplinare. In particolare, questo restauro ha visto la collaborazione di professionisti come: restauratore e collaboratore restauratore, storico dell’arte, fotografo, geologo, chimico, geometra, operaio specializzato.
Ci sono state scoperte che hanno influenzato il progetto di restauro?
Ancora in fase progettuale, la rimozione della pesante pedana lignea presente all’interno del pulpito lapideo accostata a ridosso della struttura circolare in mattoni, ha rivelato la presenza di due preziose testimonianze pittoriche ad affresco, nascoste da lungo tempo. Si trattava di due testine che completavano parte dello stesso ciclo decorativo del Santo domenicano, unico lacerto già in vista, che già si intravedeva dai gradini superiori terminali della scala. Proseguendo il lavoro con la gioia e l’emozione per la scoperta inattesa, emergevano tratti sottili e raffinati che tracciavano con sapiente e meticolosa accuratezza sguardi intensi, occhi allungati, lineamenti eleganti: a sinistra un giovane santo, forse San Giovanni Evangelista, a destra una Madonna con Bambino, del quale è presente solo la piccola aureola. Questa piccola ma importante scoperta ha ampliato l’effettiva superficie iniziale d’intervento che dando un senso più ampio e prestigioso al progetto di restauro. Ora queste due testine, non facilmente raggiungibili, sono comunque visibili fotograficamente, in scala naturale, su un pannello espositivo accanto alla colonna del pulpito.
Cosa rappresenta oggi il pulpito restaurato, nel contesto più ampio dei lavori nella chiesa?
Questo importante restauro promuove la conclusione momentanea del ciclo di piccoli cantieri di restauro in S. Nicolò, sensibilizzando gli stakeholders e gettando le basi per nuovi progetti futuri sempre orientati a concludere il ciclo d’interventi su questa tipologia d’affresco all’interno del Tempio.

Oltre al pulpito, sono state restaurate da lei altre colonne?
A partire dal 2018 ho iniziato con il primo intervento di restauro dell’affresco “S. Michele Arcangelo che combatte contro il demonio”, poi “S. Caterina d’Alessandria”, “Madonna del parto e San Tommaso d’Aquino”, “Santo Vescovo e devoto”, “Madonna del parto tra S. Francesco d’Assisi e S. Domenico” ed infine la colonna del pulpito.
Secondo lei, qual è il valore simbolico e storico del pulpito restaurato per la comunità di Treviso?
La colonna del pulpito, dopo il Concilio Vaticano II, aveva dismesso la sua funzione e appariva vistosamente danneggiata e il pulpito malsicuro. La restituzione del pulpito è stato, quindi, il dono di Giampaolo Cagnin a tutta la comunità di Treviso, anche se non più usufruibile rimane un forte simbolo di potente culto e devozione.
Quali altri lavori avete seguito recentemente e di cosa vi state occupando attualmente nel campo del restauro?
Sto seguendo dei cantieri a Treviso e Padova per privati e in Friuli in provincia di Pordenone per parrocchie e privati, alcuni in collaborazione con colleghi.
Qual è il ruolo della Comunità e della società nei confronti di un restauro importante inserito in un contesto così ricco e sfaccettato come quello di S. Nicolò?
Nella Comunità trevigiana sono presenti realtà e riferimenti sensibili attivi nell’ambito storico e storico-artistico, che si collocano tra gli stakeholders nel settore dell’associazionismo e dell’imprenditoria, che con visione anche mecenatesca sostengono interventi come questo. Operazioni come quella del restauro degli affreschi sulle colonne del Tempio garantiscono a questi attori la certezza di entrare a far parte della storia materica che caratterizza l’impronta medievale della nostra città. Questi sostenitori lasciano così testimonianza duratura nel tempo di un atto fondamentale per preservare e prolungare la conservazione, il tempo-vita dell’opera, ai posteri.
| Roberta Giacometti (campagna diagnostica su intonaci e patine) |
In cosa è consistita esattamente la campagna diagnostica che ha condotto sugli intonaci dipinti e sulle patine
che li rivestivano?
Gli obiettivi della campagna diagnostica erano la caratterizzazione della tecnica artistica, dei materiali presenti e della loro composizione, comprese le forme di alterazione o degrado che si sono verificate nel corso del tempo. Lo studio scientifico ha riguardato sia la materia originale dipinta che le integrazioni riconducibili visivamente a due distinti interventi di restauro. In particolare, la campagna diagnostica effettuata era di carattere microinvasivo, prevedendo misure da effettuarsi su microcampioni prelevati dalla superficie intonacata e decorata.
Quali tecniche diagnostiche sono state utilizzate e quali risultati hanno restituito?
Il trattamento dei microcampioni ha consentito di portarli in sezione trasversale prima della loro osservazione allo stereomicroscopio ottico in luce polarizzata riflessa. In questa fase sono stati descritti e misurati gli spessori degli strati che costituiscono il pacchetto di intonaco dipinto. Queste sezioni sono state anche osservate al microscopio elettronico a scansione accoppiato con microsonda elettronica SEM/EDS, per ottenere un’analisi elementale dei centri metallici contenuti nei vari strati: ciò è di aiuto nell’identificare i composti inorganici presenti, quali i pigmenti. Il segnale è ricavato dagli elettroni retrodiffusi in seguito al bombardamento della superficie del campione con un fascio di elettroni. Altre sezioni, stavolta di spessore microscopico, sono state osservate al microscopio da petrografia in luce trasmessa per determinare i rapporti inerte-legante degli impasti campionati: in questa maniera sono state studiate le composizioni sia del pacchetto originale che delle integrazioni effettuate nel corso del tempo. La patina superficiale dei campioni è stata studiata per mezzo dei raggi infrarossi (spettroscopia µFT-IR) per individuarne la composizione e valutare eventuali sostanze organiche presenti in superficie.
Le indagini diagnostiche hanno evidenziato particolari criticità o elementi sorprendenti nei materiali in opera?
La diagnostica non ha messo in luce particolari criticità, nel senso che le alterazioni e i degradi presenti non erano diversi da quelli rilevati su altri intonaci dipinti facenti parte dello stesso contesto chiesastico. Piuttosto, sono emerse forti analogie con gli altri dipinti fin qui studiati, sia per l’impasto del pacchetto dipinto, che per la tecnica artistica (a buon fresco con una ottima carbonatazione degli strati policromi sull’intonachino), che per tipologia delle integrazioni presenti, ascrivibili a due distinti interventi di restauro occorsi in passato.
Ho vissuto un grande stupore riscontrando che la stratigrafia del microcampione prelevato in corrispondenza della veste gialla di S. Cristoforo, nell’affresco che lo ha per protagonista sulla colonna di cui stiamo parlando, mostrava chiaramente la traccia dello spolvero ottenuto dal cartone preparatorio al di sotto della policromia. Questo conferma la maestria che caratterizzava l’esperienza di chi ha dipinto la scena.
Come si è integrata la fase diagnostica con le successive decisioni operative di restauro?
Una buona campagna diagnostica fa parte di quelle tipologie di studio che sono propedeutiche alla realizzazione di un progetto di restauro, e che oltretutto sono atti richiesti dalle Soprintendenze. La diagnostica che si basa sull’opera in studio, con le informazioni che fornisce in merito ai materiali e alle loro trasformazioni, consente di valutare la migliore ipotesi di intervento nella logica della conservazione e del ripristino con materiali idonei e compatibili.
C’è stato un confronto interdisciplinare con gli altri professionisti del team durante il lavoro?
C’è sempre un confronto continuo, in quanto il restauro è un’attività che per definizione è squisitamente interdisciplinare. Un buon progetto di restauro scaturisce proprio dalla collaborazione proficua di competenze diverse, e ne traduce i contributi. Diciamo che il valore aggiunto è proprio la possibilità di osservare con occhi diversi (e competenze diverse) lo stesso oggetto, per coglierne la piena sfaccettatura degli aspetti e poterlo conservare al meglio.
In che modo il contesto ambientale della chiesa ha influenzato le condizioni delle superfici analizzate?
La chiesa costituisce dal punto di vista fisico un ambiente chiuso. Come abbiamo riscontrato negli altri affreschi trattati nel Tempio di S. Nicolò, le criticità maggiori per la conservazione di queste opere sono ascrivibili proprio alla storia di questo ambiente. Mi riferisco ad esempio ai gesti devozionali quali le interazioni fisiche dei fedeli con le opere, o la presenza di candelabri addossati alle superfici dipinte, che hanno provocato perdita localizzata della materia policroma o la presenza di cera e nerofumo, oltre alle opere di fabbricieria effettuate nel corso dei secoli come trattamenti superficiali che erano ormai gravemente degradati, con la formazione conseguente di una patina rigida di colore grigio-bruno a base principalmente di ossalati.
Quali altri lavori avete seguito recentemente e di cosa vi state occupando attualmente nel campo del restauro?
Dal 2018 Benedetta Lopez Bani e io stiamo lavorando insieme a un grande progetto di studio e intervento che interessi tutte le colonne del Tempio non ancora restaurate, e questo è un progetto a cui speriamo di riuscire a dare continuità in futuro cercando di fare buona informazione sugli aspetti tecnico artistici che interessano queste opere presso gli stakeholders che vivono e amano Treviso.
Personalmente sono attualmente coinvolta nell’attività di diagnostica sull’altare lapideo seicentesco presente nella sacrestia della chiesa di S. Moisè a Venezia.
