Lancenigo (TV) “I bambini fanno oh… anche a Treblinka”
C’è una canzone che parla di stupore, di leggerezza, di libertà.
E poi c’è Treblinka, uno dei nomi più cupi della storia del Novecento.
Mettere insieme queste due realtà può sembrare impossibile. Eppure è proprio da questo cortocircuito emotivo che nasce “I bambini fanno oh… anche a Treblinka”, lo spettacolo portato in scena presso l’oratorio di Lancenigo di Villorba in provincia di Treviso per la Giornata della Memoria 2026.
L’idea nasce, come racconta l’autore dei testi Sauro Tavella, da un’intuizione improvvisa, quasi un colpo di fulmine: una canzone che affiora alla mente mentre il testo è già in gestazione. I bambini fanno oh di Povia diventa così la chiave simbolica di tutta la rappresentazione. Perché i bambini, per natura, “fanno oh”: cantano, giocano, ballano anche nei contesti più difficili, purché abbiano uno spazio, reale o immaginario, in cui esistere.
Ed è proprio questo che rende la figura di Janusz Korczak – medico, pedagogista, scrittore ebreo polacco – il cuore pulsante dello spettacolo. Korczak, che avrebbe potuto salvarsi, sceglie di non abbandonare i duecento bambini del suo orfanotrofio e li accompagna fino alla deportazione e alla morte a Treblinka, nell’agosto del 1942.

La drammaturgia alterna narrazione, musica, danza e immagini, costruendo un percorso che non è una semplice biografia né una ricostruzione storica tradizionale. È piuttosto un viaggio per temi, per suggestioni, per domande aperte. Il testo lascia spazio allo spettatore, lo chiama in causa, lo costringe a guardare il presente attraverso la lente del passato.
Le scelte musicali – da Povia a Gaber, da Lennon a Liszt, fino all’Adagio di Albinoni – non sono decorative, ma dialogano costantemente con la scena: accompagnano la paura, alleggeriscono la tensione, creano contrasti emotivi che rendono ancora più incisivo il racconto. Le coreografie, insieme alle immagini proiettate, amplificano questa stratificazione di linguaggi.
Lo spettacolo si inserisce in un percorso più ampio che Tavella porta avanti dal 2022 all’interno delle iniziative per la Giornata della Memoria a Lancenigo. Negli anni precedenti, altre figure hanno preso voce sulla scena: Etty Hillesum, Edith Stein, Dietrich Bonhoeffer. Persone diverse per storia e formazione, ma unite da una scelta comune: condividere fino in fondo il destino del proprio popolo, anche quando sarebbe stato possibile salvarsi.

Quest’anno, però, il punto di vista cambia. Si parte dai bambini.
Perché, come sottolinea Tavella, la Shoah può essere compresa davvero solo se osservata da angolazioni diverse. E lo sguardo dei bambini – semplice, diretto, non cinico – oggi è un patrimonio fragile da proteggere. Non a caso, nello spettacolo si ricorda che “i nazisti non volevano che i bambini diventassero grandi”: una frase che risuona come un monito anche per il presente, in cui spesso l’infanzia viene soffocata da paure, eccessi di protezione o indifferenza.
Intervista a Sauro Tavella
Il titolo dello spettacolo colpisce immediatamente. Come nasce “I

bambini fanno oh… anche a Treblinka”?
«Nasce come un’intuizione improvvisa. Una canzone che ti passa per la testa mentre il testo è già in cantiere. I bambini sono gioiosi, curiosi, desiderosi di imparare: fanno oh. La canzone sottolinea questa leggerezza che Korczak ha cercato di difendere anche in un contesto tragico, investendo tutte le sue energie sui piccoli e rinunciando a una vita affettiva propria».
Perché quest’anno ha scelto di partire proprio dai bambini?
«Perché la Shoah si comprende meglio se la si osserva da più punti di vista. Quello dei bambini è spesso trascurato, eppure è potentissimo. Hanno uno sguardo capace di affrontare anche il tragico, se supportati. Volevo recuperare quello sguardo e reinterpretarlo alla luce dell’oggi. C’è anche, lo ammetto, un richiamo non dichiarato a un’espressione evangelica: “Lasciate che i bambini vengano a me”».
Il testo alterna storia, riflessione, immagini forti e riferimenti all’attualità. È stato difficile trovare un equilibrio?
«In realtà no. Il testo è fluito in modo abbastanza spontaneo, grazie a letture personali sedimentate nel tempo. La difficoltà semmai è stata scegliere: l’abbondanza di documentazione imponeva direzioni chiare. Il faro non era la biografia rigorosa né la cronaca storica, ma un percorso tematico, anche a tratti bizzarro, con molte applicazioni al presente».
Che ruolo ha la forma artistica in questo tipo di racconto?
«Fondamentale. La forma teatrale, unita alla musica dal vivo e alla danza, permette intensità, semplicità e leggerezza. Tutti gli spettacoli durano circa un’ora: è una scelta precisa, per favorire un’immedesimazione profonda, più di cuore che di testa. La “verità” non è tutta nel racconto, ma nella ricerca che ogni spettatore farà dentro di sé».
Che cosa vorrebbe restasse al pubblico dopo aver visto lo spettacolo?
«La consapevolezza che non ci è concesso lasciare il mondo così com’è. E che l’indifferenza, oggi come allora, è uno dei pericoli più grandi».
