digitradio.it DIGITLIBRI 17^puntata. Amilcare Nicolai, tracce di BEATLEMANIA in Italia

Raramente capita di imbattersi in un libro che sia un’effettiva opera letteraria, che inneschi scintille di significato solo a partire dalla genialità dei meccanismi narrativi, e che sappia stupire per la felicità dell’armonia generale. Questo particolarissimo libro di Marina Višneveckaja è un concentrato di interrogativi perplessi, di denuncia, di divertimento, spalmato in 5 storie, l’una diversa dall’altra eppure accumunate da un chiaro filo conduttore: la protagonista è la donna e l’immagine di sé in quanto corpo, madre, figlia, moglie. Ogni storia dipana un intero groviglio di contraddizioni, si arrampica sugli specchi dell’illusione della mente e dei sentimenti, per poi lasciarci un dipinto d’umanità pieno di luci e ombre.
Vera, la protagonista della storia Ma c’è il caffè dopo la morte?, che dà il titolo al libro, è una donna di sessant’anni sull’orlo dell’abisso, che si ritrova alla resa dei conti con un pugno di mosche in mano: la vanità della bellezza che ha segnato in maniera crudele la sua vita, un marito ossessionato e sciocco, amanti incapaci di comunicare. Una storia brillante, a tratti estrosa, che ha il sapore della migliore comicità di Čechov e, soprattutto, che ambisce a essere emblematica della condizione della donna nella nostra società, come spiega l’autrice nell’Intervista inedita pubblicata in fondo a questo libro. E che è anche un perfetto esempio del talento cinematografico dell’autrice, formatasi alla famosa università di sceneggiatura di Mosca: con una tecnica simile al montaggio, infatti, tante micro-storie si incastrano tra di loro, si rincorrono, si smentiscono, per poi arrivare a intessere un quadro complessivo straniante, come se vedessimo la realtà attraverso una lente deformata (quella di un microscopio malfunzionante con cui sono stati saldati tutti i dettagli di queste storie-miniature).
La giovanissima Julja, alle prese con la consapevolezza del suo corpo e la prima esperienza sessuale, imprime alla storia L’architetto la virgola il mutolo lo stesso senso di spaesamento che prova lei nei confronti del suo corpo; è un personaggio delicato e criptico allo stesso tempo, che vive tutto in una capsula fatta di analisi introspettiva e di dialogo mentale con sua sorella Tanja, alla quale dovrà raccontare la sua prima volta.
Di mattina i passeri è un racconto di grande forza drammatica: è un viaggio in una normale notte di follia di una ragazza costretta a prostituirsi da suo marito. Tosja è una donna diseredata: dei figli, del corpo, della dignità; eppure, come i più grandi protagonisti dei romanzi di Dostoevskij, riesce a trovare nell’abiezione più totale un barlume di luce, una forza interiore e spirituale che le permette di custodire ancora la speranza della vita, del domani. La sua storia si chiude, infatti, con un inaspettato desiderio di continuare a rinascere che ci ricorda la memorabile scena finale delle Notti di Cabiria di Fellini, con una Giulietta Masina (straordinariamente amata in Russia) che ritrova il sorriso, mentre il suo volto è rigato di lacrime amare e di disperazione.
Lidija Borisovna, invece, ci catapulta nel minuscolo mondo di una vecchia, costipato di ricordi imprecisi, ostilità verso le nuove mode dei giovani, manie e ossessioni della quotidianità. Il racconto La cornice della nonna apre le porte di un piccolo mondo antico, tanto intimo quanto spaurito, di una donna ormai inerme, indifesa e soprattutto sola. E proprio la solitudine la farà rimanere incastrata in un monologo interiore senza senso e senza consolazione.
L’ultima storia, Vedere un albero, è un capolavoro di comicità e drammaticità. Tutti i nodi della vita della protagonista, Saša, arrivano al pettine nel momento in cui si ritrova a dover risolvere l’enigma di chi abbia rubato le ceneri della madre: mariti ubriaconi e traditori, una madre al veleno, un isterico ex ormai diventato gay, una figlia che si rivela molto diversa da quel dolce orsacchiotto che vorrebbe la madre. Finché non arriva un finale inaspettato e catartico: la vita si manifesta come un’epifania, un albero e una frase dell’Idiota di Dostoevskij.
Marina Višneveckaja, ancora una volta, si conferma una perfetta ricamatrice di storie: lei sa allestire un intero ingranaggio in cui c’è spazio sia per le banalità della vita quotidiana che sfiorano persino il ridicolo (strappandoci un sorrisetto), sia per l’incredibile degrado in cui gli es- seri umani fanno precipitare sé stessi, sia per le note più profonde e delicate di cui l’anima di una donna può risuonare. Tutto questo genera collisioni continue, picchi di tensione, rivelazioni improvvise. Perché è la vita stessa a essere piena di contraddizioni e perché la mente che le genera è intrappolata in un flusso di coscienza che non si arresta mai. Che tutto travolge, distorce, paralizza. Fin- ché non arriva una grande scrittrice che sa trasformare tutto questo in un meraviglioso libro.
