Carlo Cremona, l’8 marzo non è una festa ma un impegno
Di Mario Conforto
Diritti civili e cultura delle differenze.
Carlo Cremona è un attivista e operatore culturale napoletano impegnato da anni nella promozione dei diritti civili e nella lotta contro le discriminazioni. È presidente dell’associazione i-Ken, realtà attiva a Napoli dal 2005 nel campo della cultura LGBTQ+, dell’inclusione sociale e dell’assistenza alle persone vittime di discriminazioni, con progetti di accoglienza, sportelli di supporto e iniziative culturali sul territorio.
Tra le iniziative più note promosse dall’associazione c’è il festival cinematografico internazionale Omovies Film Festival, diretto artisticamente dallo stesso Cremona, che utilizza il linguaggio del cinema per affrontare temi legati alle identità di genere, ai diritti LGBTQ+ e al contrasto delle discriminazioni.
Partendo da una riflessione pubblicata in occasione dell’8 marzo, abbiamo parlato con lui di patriarcato, stereotipi di genere e libertà individuale.
Nel tuo testo dici che il patriarcato è un “club aperto”, in cui possono entrare anche le donne che finiscono per riprodurre gli stessi schemi culturali. Quanto pesa oggi questo patriarcato interiorizzato nei comportamenti quotidiani?
Pesa moltissimo, perché il patriarcato non è solo un sistema di potere maschile: è una cultura. E le culture, quando si sedimentano, vengono difese anche da chi ne è penalizzato. Lo vediamo nei piccoli gesti quotidiani: nell’idea che alcune professioni siano “più adatte” agli uomini, nella pretesa che le donne debbano sempre dimostrare di essere all’altezza, nella colpevolizzazione del desiderio, nella distribuzione invisibile del lavoro di cura. È un sistema che si riproduce proprio perché appare naturale. Il primo passo per smontarlo è riconoscerlo quando parla attraverso di noi.
Parli di maternità, dolcezza e cura come ruoli spesso presentati come “naturali”. Quanto questi stereotipi continuano a condizionare la libertà delle donne e, più in generale, delle identità che non si riconoscono nei modelli tradizionali di genere?
Continuano a condizionarla moltissimo, perché uno stereotipo non è solo un’immagine: è un’aspettativa sociale. Se diciamo che una donna è “naturalmente portata” per la cura, implicitamente stiamo affermando che quel compito le spetta. Se celebriamo la maternità come destino universale, togliamo legittimità a chi sceglie percorsi diversi. Lo stesso meccanismo si abbatte su tutte le identità che non rientrano nello schema tradizionale di genere: uomini sensibili, uomini che danzano, donne che non vogliono essere madri, persone che vivono il proprio genere in modo non conforme. Gli stereotipi non limitano solo le donne: restringono l’umanità di tutti.
Sei alla guida di i-Ken, un’associazione impegnata sui diritti LGBTQ+. Quanto la battaglia per l’uguaglianza di genere e quella per i diritti delle persone LGBTQ+ sono, in fondo, parte della stessa lotta culturale?
Sono la stessa battaglia, perché il nemico culturale è lo stesso: l’idea che esista un unico modo legittimo di essere uomini e donne. Il patriarcato stabilisce gerarchie: tra i generi, tra le sessualità, tra i corpi considerati “normali” e quelli percepiti come deviazioni. Quando difendiamo i diritti delle persone LGBTQ+, in realtà stiamo difendendo la libertà di tutte e di tutti di esistere fuori da quelle gerarchie. Ed è anche il senso del lavoro che facciamo con i-Ken: usare la cultura, il cinema, l’educazione e gli spazi sociali per allargare l’immaginario di ciò che è possibile essere.
Nel finale del tuo messaggio non fai “gli auguri”, ma parli di una “buona lotta di liberazione”. Se guardiamo alla società italiana di oggi, da dove dovrebbe partire questa liberazione?
Dalla cultura e dall’educazione, prima di tutto. Non nel senso retorico della parola, ma nella capacità concreta di mettere in discussione ciò che ci è stato insegnato come inevitabile. Dalle scuole che insegnano il rispetto delle differenze, dalle famiglie che non impongono ruoli prestabiliti ai figli, dai media che smettono di raccontare sempre gli stessi modelli di maschilità e femminilità. La liberazione non è un evento improvviso: è un processo lento, fatto di coscienza, linguaggio e responsabilità collettiva. Ed è per questo che l’8 marzo, più che una festa, dovrebbe restare un giorno di memoria e di impegno.
