Campania, «Acqua pubblica, giustizia e memoria: il TAR ferma la gara e riapre il dibattito sul bene comune

Di Mario Conforto
Nel cuore di un inverno che avvolge la Campania, quel bene primario che scorre nei nostri rubinetti è tornato a far discutere non soltanto gli addetti ai lavori, ma anche chi vive quotidianamente le contraddizioni di un servizio essenziale alla vita. Il Tribunale amministrativo regionale (TAR) della Campania ha sospeso con ordinanza cautelare il bando regionale per l’affidamento della gestione idrica, bloccando la procedura prima ancora che potesse completarsi e segnando una battuta d’arresto per l’azione promossa negli ultimi giorni del mandato del presidente uscente.
La decisione dei giudici – fissata fino all’11 marzo 2026, data in cui è prevista l’udienza di merito – non è una mera formalità giuridica: è un invito esplicito alla chiarezza e alla sostenibilità economica di qualsiasi nuova gara di servizi idrici, che dovrà rispettare le più recenti regole dettate dall’Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente (ARERA).
Ne parliamo con Paolo Pantani, vicepresidente del Centro Studi Regione Mezzogiorno Mediterraneo EU-MED, protagonista di una battaglia culturale e civile per l’acqua pubblica che affonda le sue radici ben prima di questa controversia: già nel maggio 1995, insieme a figure come Diodato Colonnesi, Giuseppe Bergamo, Riccardo Caniparoli e un gruppo di giovani associati, portò avanti, tramite l’Associazione Nea Hidros, il recupero dell’antica sorgente del Biberellum, restituendo al tessuto urbano del Molo Beverello il suo nome e la sua funzione idrico-storica.
«Quella esperienza», racconta Pantani con voce calma ma ferma, «non fu solo un’operazione di ingegneria ambientale, ma un gesto simbolico: riaffermare che l’acqua è un bene collettivo, un diritto e non merce, un elemento che ci lega al passato e ci impegna per il futuro». Le sue parole evocano non soltanto l’archeologia urbana, ma il senso profondo della gestione pubblica delle risorse.
La sospensione interviene in un momento particolarmente delicato: a cavallo tra la conclusione della presidenza di Vincenzo De Luca e l’inizio del nuovo corso guidato da Roberto Fico. Un passaggio istituzionale che rende ancora più evidente la necessità di evitare forzature e di scongiurare il rischio di nuovi contenziosi, che aggraverebbero un quadro già complesso. I giudici amministrativi hanno rilevato criticità tali da consigliare prudenza, rimettendo di fatto alla nuova amministrazione regionale la responsabilità di una scelta ponderata.
Il riferimento è allo spirito del referendum nazionale del 2011, quando una larga maggioranza degli italiani sancì la volontà di sottrarre l’acqua alle logiche di mercato, riaffermandone la natura di bene comune. Un mandato popolare che, secondo Pantani, non può essere aggirato attraverso costruzioni giuridiche complesse o accelerazioni dell’ultimo momento. «Quel voto», sottolinea, «non chiedeva solo di bloccare una privatizzazione, ma di ripensare il governo pubblico delle risorse essenziali, rendendolo più trasparente, partecipato ed efficiente».

In questa cornice, l’invito di Pantani a non perdere di vista il carattere pubblico dell’acqua non suona come un’eco nostalgica, ma come un pungolo per un confronto aperto e partecipato. «La sospensione del TAR», conclude, «offre un’opportunità: ripensare insieme, con trasparenza e responsabilità, come tutelare un bene comune che non può essere ridotto a merce di scambio».
Così la vicenda giudiziaria si intreccia con la memoria delle lotte civiche, con la spinta delle realtà associative e con le sfide che aspettano la nuova governance regionale. E mentre l’udienza di merito si avvicina, quel che resta chiaro è che la gestione dell’acqua in Campania non è un tema da lasciare ai soli tecnici, ma una questione che riguarda tutti noi: cittadini, istituzioni e soggetti sociali impegnati nella difesa dei diritti collettivi.
