Buccino (Sa), l’arte di Fernando Mangone al Museo MaM

Di Mario Conforto
Nel silenzio carico di storia del Cilento, a Buccino, c’è un luogo in cui la pittura smette di essere superficie e diventa presa di posizione. Accade al Museo Arte Mangone (MaM), dove Fernando Mangone firma un intervento pittorico site-specific che trasforma lo spazio museale in un racconto visivo sulla fragilità del pianeta e sull’urgenza dei cambiamenti climatici.
Qui l’arte non si limita a essere contemplata: nasce davanti agli occhi del pubblico, attraverso una performance dal vivo che intreccia gesto pittorico, colore e suono. È in questo contesto che prende forma un grande orso polare, figura centrale dell’opera, non come icona naturalistica, ma come simbolo universale. L’animale appare isolato, sospeso in un altrove cromatico che allude allo scioglimento dei ghiacci e a un equilibrio ormai compromesso. La sua solitudine non è soltanto geografica: è il riflesso di una condizione collettiva, quella di un’umanità che osserva il cambiamento senza riuscire a fermarlo.
Le pareti del museo diventano così un campo percettivo, uno spazio di tensione tra ciò che stiamo perdendo e ciò che potrebbe ancora essere salvato. I colori accesi e fluorescenti, cifra stilistica dell’artista, non addolciscono il messaggio: lo rendono più diretto, quasi fisico, costringendo lo sguardo a confrontarsi con una realtà che spesso preferisce restare ai margini della coscienza.
«Non dipingo per fare lezioni morali – spiega Mangone – ma per creare immagini che restino. L’orso polare non ha bisogno di didascalie: è un segno che parla da solo e racconta qualcosa che tutti conosciamo, anche quando scegliamo di non guardarlo fino in fondo». Le sue parole chiariscono la poetica di un lavoro che affida alla forza dell’immagine il compito di interrogare chi osserva.
L’opera si inserisce coerentemente nella ricerca dell’artista, da sempre attraversata da una contaminazione tra mito, immaginario pop, street art e visione simbolica. Nella composizione affiorano i quattro elementi naturali – acqua, aria, terra e fuoco – non come citazioni teoriche, ma come energie primarie che si trasformano in segno, materia e vibrazione cromatica.

A sottolineare il valore dell’intervento è Anna Coralluzzo, presidente della Fondazione FAM ETS – Fondazione Arte Mangone, che legge nell’opera una potente chiave di lettura del presente: «Non è un lavoro che spiega, ma che mostra. L’orso polare è un’immagine immediata e proprio per questo potentissima: racconta la vulnerabilità della natura e, insieme, la nostra, come esseri umani incapaci di arrestare un processo che abbiamo avviato».
Per Coralluzzo, il merito dell’artista sta nel rendere accessibile un tema complesso senza semplificarlo: «Il cambiamento climatico diventa un’esperienza emotiva. Non guardi soltanto l’opera, la senti. Ti obbliga a fermarti, a riflettere, a prendere posizione. In questo senso l’arte si fa coscienza civile».

Ed è proprio qui che il lavoro di Mangone supera il perimetro estetico. «Immagini come questa – conclude l’artista – restano nella memoria, soprattutto dei più giovani. E pongono una domanda semplice, ma inevitabile: che mondo vogliamo lasciare dopo di noi?». Una domanda che, tra le pareti del museo di Buccino, smette di essere astratta e si fa urgente, concreta, impossibile da ignorare.
