The Then About As Until a Veronafiere con Artverona

La città aspettava da tempo la riapertura di un simbolo della cultura veronese: Palazzo Forti. Alla fine con molti sforzi e tanta buona volontà, lavorando contro il caldo di agosto e accettando di ripristinare solo parte dell’agibilità dell’edificio, le porte si sono riaperte con l’inaugurazione giovedì 9 ottobre del progetto The Then About As Until del centro di produzione Video Sound Art, organizzato da Veronafiere con Artverona in occasione della sua XX edizione (10-12 ottobre 2025) dedicata ai temi della conversazione e del linguaggio e fortemente voluto dalla curatrice Laura Lamonea, direttrice artistica di Artverona. L’occasione per provare a restituire alla città un suo piccolo gioiellino l’anteprima del progetto Ápeiron | Senza confini (inaugurazione ufficialmente ad ottobre del prossimo anno), che coinvolge fino al 26 ottobre Palazzo Forti la mostra The Then About As Until.
Dalle 21 alle 24 la cittadinanza ha potuto nuovamente mettere piede nel Palazzo ceduto nel 2010 alla Fondazione Cariverona e fino al 2030 in gestione al Comune. Il tempo dedicato ai saluti introduttivi dei rappresentanti delle varie istituzioni è stata prova tangibile di quanto lavoro di sinergia e confronto hanno dovuto mettere in campo l’amministrazione, i Musei Civici, Veronafiere per dare una risposta alle sollecitazioni di chi vorrebbe fare dell’arte contemporanea un secondo polo di attrazione nella città scaligera. Il progetto presentato a Palazzo Forti rappresenta al meglio il dialogo che l’arte, anche quando espressa in un linguaggio complesso come quello delle videoinstallazioni, può sollecitare con le sedi che le ospitano, in questo caso un luogo non abitato, allo scopo di portare benessere. E’ questa la scommessa di coloro che hanno sostenuto l’iniziativa, nello sforzo di ampliare l’orizzonte a qualcosa che non sia strettamente e immediatamente traducibili e riconducibile a motivazioni economiche. Riaprire spazi di confronto, dialogo per la (ri)scoperta del proprio territorio e delle proprie varie identità e di un mondo che cambia continuamente: tante le sollecitazioni nella serata d’apertura attraverso le opere video.
A dare il titolo al progetto The Then About As Until un’associazione di parole tratte dall’opera video And_04.2020 dell’artista recentemente scomparso Peter Downsbrough.
Il percorso espositivo indaga forme di comunicazione che possono rinunciare anche alla parole, massimizzando altre forme di linguaggio. Quasi scontato il rimando a sperimentazioni del secolo scorso come quelle del Futurismo o del Dadaismo.

Quando la parola è presente esplora nuove forme di linguaggio come la ripetizione sullo schermo dell’opera Watching Words Becoming a Film, oppure evocata dal cinguettio di due uccelli, rappresentanti di una natura che va oltre, facendo a meno dell’umano e forse delle sue manipolazioni linguistiche. Se in Oumi. From nothing to something to something else la parola scompare perché lo spazio libero diventi cassa di risonanza della vita di un adolescente, delle sue occupazioni (apparentemente) banali e soprattutto dei suoi silenzi che diventano suono vitale nell’ambiente, il parlato ricompare nel lavoro Oltremare di Nicoletta Grillo, passando da conversazioni intime che presto abbracciano immagini, luoghi, ricordi e persone, a riflessioni sull’intreccio tra storie personali e individuali e le migrazioni umane. E nel percorso circolare tra le grandi sale disastrate di Palazzo Forti, stupendo proprio nel mostrare le ferite del tempo, la sua caducità, metafora della fragilità dell’arte se non vissuta, assume valore a sé l’ultima videoinstallazione The Pure Necessity di David Claerbout, dove in una giungla a misura di bambino gli animali fanno comodamente a meno dell’umanizzazione a cui ci ha abituato il mercato, forse annoiandosi un po’ ma riappropriandosi della capacità di comunicare un mondo altro, regolato da relazioni e comportamenti propri, che per esistere e resistere forse necessita di non essere più mostrato come fatto ad immagine e somiglianza di un’umanità distruttiva e prepotente.
Seguendo il filo rosso dell’ibridazione, Palazzo Forti ospita anche tre opere appartenenti alla collezione civica d’arte contemporanea: Il canneto (1965, Eugenio Degani) Untitled #139 (1984, Cindy Sherman) e Scomposizione IV (2000, Italo Zuffi), opere che intendono provocare uno shock intellettuale nel loro dialogare al di là dello spazio fisico.
Per chi volesse visitare le opere e lo stesso Palazzo Forti negli spazi resi accessibili, prossime aperture da venerdì a domenica dalle 11 alle 19. Ingresso libero.
