Stefano Passerotti giardiniere e paesaggista fiorentino a Singapore
Per Stefano Passerotti, giardiniere e paesaggista italiano, il ritorno al Singapore Garden Festival, ha segnato un passaggio importante nel suo lavoro che smette di essere semplice espressione estetica per diventare visione. Anni fa conquistò il prestigioso Best of Show e dove oggi torna con un progetto che va ben oltre l’idea tradizionale di giardino; attraverso il design propone un ricongiungimento dell’essere umano con la Natura. Quello che Passerotti porta a Singapore, uno tra i più grandi festival dedicati al paesaggio e al garden design, è il risultato di una ricerca interiore maturata nel silenzio, dentro una relazione sempre più autentica con la natura e con i suoi ritmi essenziali, scandita dalla luce naturale, dalle stagioni, dalla pioggia e dai ritmi della terra. L’installazione che Stefano Passerotti porterà a Singapore mette al centro la Terra, intesa non solo come materia fisica, ma come principio originario, luogo simbolico e generativo da cui tutto prende forma in un tempo in cui l’essere umano sembra aver smarrito il proprio legame profondo con il mondo naturale.

La sua idea di paesaggio nasce infatti da un ribaltamento radicale dello sguardo contemporaneo: non più la volontà di imporre forme e geometrie alla natura, ma la capacità di ascoltarla, di lasciarsi guidare dai suoi processi invisibili e vitali. Il progetto concepito per Singapore prende vita all’interno di uno spazio estremamente contenuto che rappresenta una metafora dell’esistenza stessa: anche la vita umana si sviluppa entro confini precisi, e forse è proprio dentro quei confini che possiamo imparare a ritrovare equilibrio e consapevolezza. L’intero giardino si organizza attorno a un centro simbolico: la terra viva, opaca, imperfetta che invita alla percezione. Non qualcosa da osservare superficialmente, bensì da sentire. Attorno a questo nucleo si sviluppano i quattro elementi della tradizione asiatica — acqua, fuoco, legno e metallo — che dialogano con le stagioni e con i punti cardinali, trasformando lo spazio in un percorso esperienziale. Passerotti sottolinea però come questa visione non appartenga esclusivamente all’Oriente o all’Occidente: è un linguaggio universale, una memoria comune che attraversa culture e

sensibilità differenti. L’esperienza del giardino non si rivela immediatamente, è un progetto costruito più sulla percezione che sull’immagine, più sul sentire che sul mostrare. Rispetto al passato, il suo sguardo oggi appare più nitido, più profondo, forse anche più urgente. «Il mondo sta andando verso una direzione sempre meno rispettosa della natura e dell’essere umano», osserva. Ed è proprio per questo che il suo “seminare” deve diventare più incisivo. La parola seminare attraversa il suo racconto come una responsabilità morale prima ancora che artistica. Seminare significa lasciare tracce, aprire possibilità, coltivare consapevolezza. Significa suggerire un modo diverso di abitare il tempo e il mondo, anche attraverso uno spazio piccolo, anche all’interno di un grande evento internazionale. Un’esperienza concreta che oggi riaffiora nel suo lavoro con una forza nuova. Le sue riflessioni non restano astratte: parlano di gesti quotidiani che abbiamo progressivamente dimenticato, domande semplici, ma capaci di mettere in discussione il nostro modo contemporaneo di esistere, sempre più distante dai processi naturali. È il tentativo di ricostruire una relazione con la terra, con gli elementi e con il tempo. Un luogo non soltanto da osservare, ma da incontrare. Inizia così una nuova fase del suo percorso: un passaggio che porta nel mondo una ricerca maturata lentamente, nel silenzio e nella vicinanza autentica con la natura. https://www.stefanopasserotti.eu/
