Quando la materia diventa mito’: Mangone e la nuova visione di Paestum (Sa)

Di Mario Conforto
Nel cuore della costa campana, tra il respiro del Tirreno e la stratificazione millenaria della sabbia, il pittore Fernando Mangone approda a una ricerca che trasfigura Paestum in esperienza sensibile e linguaggio primordiale. Non si tratta, in questo nuovo ciclo, di una semplice operazione artistica, né di una rilettura archeologica: ciò che emerge è piuttosto una immersione nella materia viva del paesaggio, dove l’antico si sottrae alla rappresentazione per riaffiorare come presenza attiva.
L’indagine prende forma a partire da un confronto diretto con i luoghi simbolo della memoria magnogreca, in particolare l’area sacra dell’Heraion del Sele e il patrimonio figurativo custodito nel Museo Archeologico di Paestum. Qui, tra le celebri metope arcaiche, si dispiega un universo narrativo in cui figure come Eracle, le vicende della guerra troiana e gli scontri tra uomini e centauri non si configurano come episodi remoti, ma come forme originarie del pensiero simbolico.

A rafforzare questa chiave interpretativa interviene Anna Coralluzzo, presidente della Fondazione Arte Mangone Ets, che sottolinea come «l’opera di Mangone apra uno spazio inedito di lettura del territorio. Non si tratta di rappresentazione, ma di rivelazione. Paestum emerge come organismo vivo, in cui l’antico non è passato ma permanenza attiva».
In questa prospettiva, il sito campano cessa di essere mero oggetto di contemplazione per divenire soggetto generativo, capace di produrre ancora immagini, senso e visione. La pittura, allora, non è più finestra sul mondo, ma superficie di contatto tra tempo e materia, dove l’antico continua — silenziosamente — a parlare.
Mangone, tuttavia, si sottrae consapevolmente a ogni tentazione illustrativa. Il suo gesto pittorico non traduce, ma accoglie e restituisce. La sabbia — raccolta, selezionata, incorporata nella superficie — diventa corpo dell’opera, memoria tangibile di un territorio che non si lascia ridurre a immagine. Il mare, invece, si impone come forza invisibile ma determinante, agente di erosione e insieme di rinascita, capace di incidere un ritmo interno alla composizione.
Ne deriva un lessico visivo che potremmo definire arcaico ed essenziale, in cui il segno non descrive ma affiora, come traccia fossile o impronta sedimentata. La pittura si fa così processo più che risultato, rivelazione più che costruzione.
«Non ho voluto raccontare Paestum dall’esterno, ma ascoltarla dall’interno», afferma Mangone. «La sabbia e il mare non sono elementi simbolici: sono la voce stessa del luogo. In essi ho riconosciuto la continuità con il mondo arcaico».
