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La delusione non ferma i promotori della candidatura Unesco per i siti di Bolca e Val d’Alpone. Al contrario. Senza dimenticare gli “errori” forse dovuti all’inesperienza, o magari alla non adeguata prontezza di tutti coloro che devono e dovevano svolgere la propria parte tempestivamente a sostegno della candidatura.

A fare il punto della situazione il geologo Roberto Zorzin, martedì scorso nell’incontro tenutosi al Museo di Storia Naturale di Verona. Incurante del numero di partecipanti più che risicato a confronto degli interessi di vario tipo che l’operazione sembra smuovere e certo attiverà una volta raggiunto il traguardo nel 2027, con serafica pazienza e caparbia precisione, da studioso di altri tempi, Zorzin ha illustrato il percorso della candidatura, le integrazioni e modifiche di volta in volta ritenute necessarie. Surreale: uno dei maggiori ostacoli da superare in un percorso che ha richiesto, da quanto emerge nella ricostruzione, capacità di mediazione fuori dal comune, è la comunicazione in un reale sempre più affascinato da forme di marketing anestetizzanti. Senza ricorrere a formule instagrammabili, il relatore sottolinea come sia essenziale lavorare su come far comprendere ai decisori, a Parigi, il valore dei fossili rinvenuti negli scavi di cui le prime tracce si attestano già in una citazione del 1550 di Andrea Mattioli, mediando tra la pretesa di rigore massimo degli studiosi e scienziati e la capacità di lettura di dati e immagini degli commissari, coloro che devono innamorarsi di qualcosa che esiste e costituisce un patrimonio immenso, disperso o meglio ospitato in musei sparsi in Italia e nel mondo. Si susseguono sullo schermo schede, grafici, immagini, cifre, email, codici, documentazioni scientifiche, denominazioni del fascicolo, date e piccoli passi che dovrebbero portare all’ammissione della candidatura per promuovere i reperti portati alla luce nelle località di Bolca, San Giovanni Ilarione e Roncà, in Val d’Alpone (Monti Lessini Veronesi orientali).

L’incognita rimane l’esito della richiesta della Danimarca, competitor con due siti vicini alle coste. Candidatura un po’ originale: nella documentazione presentata risultano inseriti anche uccelli e piante, non del tutto attinenti con il mondo dei pesci. A livello di biodiversità non ci sarebbe confronto rispetto alle varietà italiane: ad oggi, come rivendica con orgoglio la Società Paleontologica Italiana la “Pesciaria” di Bolca, “per la qualità della preservazione dei suoi fossili e per il ruolo che essi hanno avuto nella storia della scienza, si può considerare una delle più importanti località fossilifere del mondo.” E non è necessario integrare uccelli e piante per dimostrarlo. La biodiversità della Pesciaria è costituita da eccezionalità paleontologiche (fauna e flora fossile, specie rare e uniche al mondo, ricchezza delle faune -invertebrati e vertebrati, terrestri e marini, ricchezza delle flore terrestri e marine) e da eccezionalità geologiche e storiche come lo stato di conservazione dei fossili, l’importanza della geologia per la conoscenza dell’Eocene, l’importanza storica del giacimento paleontologico, l’incommensurabile ricchezza di ricerche e studi scientifici. Se le località della Val d’Alpone sono conosciute principalmente per i pesci fossili, i calcari laminati che si continua a cavare contengono anche resti di crostacei, meduse, molluschi, anellidi, insetti, foraminiferi e piante. I numeri come non mai spazzano via ogni dubbio sull’impari confronto che la Danimarca si appresta ad affrontare: ad oggi nei siti della Lessinia si contano circa 1600 specie diverse, 263 pesci, 756 molluschi, 39 crostacei, e per non essere secondi nemmeno al competitor nordico 367 piante. Per limitarsi ai pesci di varietà intraspecifica catalogati fino al 2025 si arriva a 20 ordini, 93 famiglie, 199 generi e 249 specie. E numerosi sono i pesci ancora da studiare, descrivere e classificare, se qualcuno dai vertici non cercherà nuovamente di bloccare gli scavi, come racconterà Zorzin.

Ci vorrà ancora calma e sangue freddo nei prossimi mesi, visto l’intenso calendario. Tra le scadenze più attese:
l’esito della candidatura danese in aprile, l’arrivo degli ispettori in Val d’Alpone che nei tre-quattro giorni di sopralluoghi incontreranno anche le comunità locali e, finalmente, fra un anno, sempre in aprile l’esito della candidatura. Punto di arrivo e di partenza di un’idea nata quasi per caso ufficialmente nel 2014, con Bochese e Saggioro. Tre anni dopo, il 2 febbraio 2017, nasce l’ATS (Associazione Temporanea di Scopo) “Val d’Alpone- faune flore e rocce del Cenozoico”, a cui si deve il primo grande risultato: mettere insieme i sindaci di 10 comuni (Vestenanova, S. Giovanni Ilarione, Montecchia di Crosara, Roncà, Monteforte d’Alpone, Soave, Verona, Crespadoro, Altissimo e Gambellara). A completare il team di volenterosi e temerari partecipanti: l’Università di Verona, il Parco della Lessinia, tre consorzi del vino, 2 associazioni culturali (San Zeno di San Giovanni Ilarione e Storie di piccola patria di Gambellara) con gli esperti Bochese, Saggioro, Valdinoci, Zugliani e Zorzin. Con il comitato tecnico-scientifico che si costituirà nel 2018 e ricercatori, amministratori, Regione Veneto si lavora da oltre un decennio con la forte volontà di veder riconosciuto il proprio contributo mostrando al mondo come Bolca e la Val d’Alpone costituiscano “una testimonianza straordinaria dei principali periodi dell’evoluzione della terra, comprese testimonianze di vita, di processi geologici in atto nello sviluppo delle caratteristiche fisiche della superficie terrestre o di caratteristiche geomorfiche o fisiografiche significative“, meritevoli di arricchire la lista dei 61 siti Unesco che ad oggi vanta l’Italia.

E si continua a mediare tra soggetti di sensibilità e ruoli diversi, a mediare e intervenire sul titolo della candidatura, ponendo l’accento di volta in volta su parole diverse, in ordine diverso, seguendo consigli, suggerimenti, suggestioni. E quando necessario, discutendo, come ad esempio con un funzionario del Ministero della Cultura che pretende motivazioni valide a giustificazione della continuazione degli scavi. Ma Zorzin e i suoi collaboratori sono tipi tosti e determinati, tanto che il geologo non si lascia commuovere nemmeno dalle lacrime di un ragazzino che vorrebbe tenere una sogliola su una scaglia da lui entusiasticamente rinvenuta. Ma un reperto è un reperto da conservare e mettere a disposizione dell’umanità.
In attesa dell’esito della candidatura, a cominciare dall’ammissione, si lavora già alla fase successiva: la gestione. Le ricadute sul territorio si prevedono già significative sul piano turistico, con una capacità di attrarre e sviluppare turismo del tutto diverso dal mordi e fuggi tanto vituperato quanto inseguito e corteggiato in altre aree. Partita già la raccolta di dati sulle strutture ricettive esistenti con individuazione di quelle da migliorare, il tutto allo scopo di non provocare problematiche bensì allargare la conoscenza di reperti eccezionali a livello globale. Zorzin non si nasconde: “l’ATS pensa di aver lavorato bene…”. E se ha ragione, l’ATS è destinata a sciogliersi una volta raggiunto lo scopo e sostituita da altri soggetti.
