Barletta, antiche chiese scolpite nella storia. Cattedrale Santa Maria Maggiore

Barletta, una serena, curiosa, passeggiata nel quartiere “Santa Maria”, più noto come “marineria”, nell’area,15 metri sul livello del mare, a braccia aperte sul porto ci porta alle radici storiche della città di Barletta. Proprio dalle sue radici andiamo ad esplorare la storica “Chiesa di Sant’Andrea”.
Proprio nel fulcro del quartiere “marineria”, la nobile famiglia normanna della “Marra” ( De la Mare) aveva centrato le sepolture dei suoi defunti nella Chiesa di Sant’Andrea, già prima del 1.500. Le sue origini risalgono al 1180, quando l’area centrale dell’attuale Chiesa di Sant’Andrea era occupata da una piccola chiesa romanica dedicata al Santissimo Salvatore ed era già citata come “Aedicula San Salvatoris”.
Successivamente, dalla famiglia “La Marra” fu ceduta, in gestione” all’Ordine dei frati “Francescani osservanti”. Per le tante testimonianze storico-artistiche, la Chiesa di Sant’Andrea, fu anche definita “Santa Croce di Barletta”, lo ricordano innumerevoli testimonianze sia architettoniche che di pittura dedicate o richiamanti il S.S. Crocifisso.
Dopo tantissimi anni, la Chiesa di Sant’Andrea ha ricevuto un grandioso restauro radicale che l’ha rivitalizzata e altamente rivalorizzata in tutto il suo fascino storico! Al di là del centro marinaro sorge invece Barletta “rinascimentale”. La sua altitudine ha consentito alla citta di Barletta di organizzare lavori per un deflusso idrico delle acque. Storicamente, molto eloquente è il < portale> sulla facciata della Chiesa di Sant’Andrea su cui sorgono importanti testimonianze scultoree. Una di queste è firmata dall’artista Simone di Ragusa e rappresenta Cristo, la Madonna, San Giovanni e i due angeli in adorazione.
Sulla scultura dello stesso portale sono rappresentati Adamo ed Eva, l’albero della vita, la Madonna che allatta (icona della Chiesa) ; Gesù mentre benedice ed un leone… Accanto alla sacrestia, c’è un coro ligneo realizzato nel 1.500 da maestri ebanisti napoletani. Una testimonianza esclusiva in Puglia!
Al di sotto del piano terreno, c’è un particolare sepolcro di tipo medievale con defunti di antiche famiglie nobili ed anche persone vittime della peste, del 1630. Un anno in cui la popolazione di Barletta fu sterminata.
L’area interna della Chiesa di Sant’Andrea è suddivisa in tre diverse navate. Quella centrale, a copertura di arcate lignee è distanziata dalle navate laterali da una serie di pilastri con archi superiori. L’area interna è illuminata naturalmente da maxi finestre allocate sulla parte elevata della navata centrale, dal lato “sud” della Chiesa di Sant’Andrea.
Particolare architettonico è, giù in fondo alla navata centrale, l’altare maggiore sovrastato da una volta in formato “botte lignea” .
In prossimità dell’altare maggiore è allocato l’organo ligneo del 1601, realizzato dal maestro Angelo Carbone (Napoli).
Nel 1578, accanto alla Chiesa si costruì, il convento francescano, grazie all’intervento dell’Abate Gian Giacomo Affiatati e con supporti economici di privato cittadini, del Comune e del Convento. Nel 1618, i Frati Minori istituirono qui, una Scuola di filosofia e teologia. Ma alla fine del ‘700, quando arrivarono in città i francesi, il Convento fu utilizzato come sede delle truppe militari. Fu chiuso il servizio di insegnamento di teologia e filosofia. La struttura cambiò nel 1876, quando una parte fu destinata a carcere e l’altra invece in caserma, mentre la Chiesa ormai continuava a rimanere chiusa al pubblico. Nei primi anni ’30, i carabinieri si trasferirono nel sito della Chiesa di Sant’Andrea e liberarono i locali del Convento. Dal 1959 la Chiesa di Sant’Andrea fu proclamata Parrocchia e, da quel momento, esercitò un forte richiamo su tutti i cittadini.
Alfredo Gallerati

Memorie scolpite: fede, arte e committenti nella Cattedrale di Barletta
Nel cuore del centro storico di Barletta, la Cattedrale di Santa Maria Maggiore si presenta non solo come luogo di culto, ma come un archivio vivente di memoria cittadina: qui si incontrano stratificazioni di storia, arte, potere e devozione. Ogni sua pietra, ogni colonna e ogni decorazione raccontano una storia che attraversa i secoli, imponendosi come le pagine di un libro che non ha mai smesso di essere scritto.
Prima che la cristianità trasformasse l’uso del sito, quest’area mostrava tracce di frequentazione già in età preromana: rinvenimenti archeologici indicano tombe a camera riferibili alla civiltà dauna, che attestano la presenza di pratiche funerarie e un valore rituale già dal IV secolo a.C. Qualche tempo dopo, nel VI secolo, su queste fondazioni, fu edificata una basilica paleocristiana, di cui oggi restano tracce nei pavimenti e in porzioni di muratura. La scelta di innalzare edifici di culto sopra aree funerarie preesistenti non è casuale: in molte tradizioni il valore rituale del suolo si trasmette attraverso i secoli e la presenza di sepolture antiche ha probabilmente reso quella porzione di città “adatta” a continuare a ricevere usi sacri anche dopo l’avvento del cristianesimo. In altre parole, la cattedrale poggia su una genealogia di sacralità che precede di molto la grande chiesa romanica oggi direttamente visibile. Per questo, tra il IX e il XII secolo, la chiesa subì rifacimenti altomedievali sopraelevati rispetto alle costruzioni precedenti e infine l’ampia trasformazione romanica da cui è costituita oggi: la grande struttura medievale conserva ancora la scansione con tre absidi semicircolari e capitelli scolpiti con motivi simbolici, pensati per la liturgia corale con spazi compatti e murature massicce. Questo perché nel Medioevo, quando gran parte della popolazione era analfabeta e la liturgia si celebrava ancora in latino, le arti visive e l’architettura svolgevano una funzione educativa primaria. Nelle cattedrali leggere lo spazio sacro significava anche ricevere insegnamenti religiosi e segnali di appartenenza civica: quindi, sculture, capitelli, affreschi e cicli narrativi, tutto ciò che faceva parte dell’architettura e dell’arte della cattedrale, erano “libri aperti” per un popolo che imparava per immagini: ad esempio, su uno dei capitelli vi è una storia di fede, che raffigura una barca con Gesù e San Pietro che pescano un cane durante una tempesta, metafora della Chiesa che guida i fedeli nel mare della vita e li aiuta e protegge in tempi di burrasca.
A partire dal XIII secolo, la cattedrale subì interventi che inserirono elementi di matrice gotica nella porzione orientale dell’edificio. In questa fase furono introdotti archi acuti e volte costolonate, tipiche di questa corrente artistica nell’area presbiteriale e nel deambulatorio, con un rapporto formale che mette in dialogo l’impianto romanico con soluzioni ogivali: la coesistenza di elementi romanici e gotici rende l’edificio visibilmente ibrido, con zone dove la luce e la verticalità hanno maggiore rilievo. L’ambone medievale, che incorpora colonne di epoca antica, è un altro esempio di riuso materiale: l’impiego di basi e fusti preesistenti testimonia una pratica già diffusa in Puglia che unisce necessità costruttive e volontà di legare la nuova architettura a segni d’antichità e autorità.
La cattedrale è punteggiata anche da stemmi, iscrizioni e cappelle private che rivelano l’esistenza di un sistema di patronato urbano: famiglie, confraternite, notabili hanno commissionato cappelle, lapidi e altari per assicurare memoria e prestigio. Tra i nomi che ricorrono nella tradizione locale compaiono i Gentile, che commissionarono un monumento marmoreo vicino l’altare centrale di Cimafonte, noto scultore dell’epoca e, curiosa è anche un’indicazione latina Muscatus presente su un capitello. Queste non sono solo semplici incisioni o sculture, ma testimoniano il ruolo della committenza locale nella definizione dell’assetto interno della Cattedrale: la chiesa in generale, oltre a essere uno spazio di culto, funzionava come bacheca pubblica dove famiglie e corporazioni mostravano la propria posizione sociale attraverso i loro doni.
Nell’archivio del patrimonio della cattedrale sono segnalati anche arredi e paramenti con emblemi ricondotti alla famiglia Barberini; la presenza di stemmi con le tre api, associati alla casata di Papa Urbano VIII, indica relazioni simboliche e reti di influenza tra istituzioni locali e Roma. Maffeo Barberini, papa nel primo Seicento, è una figura storicamente nota per il suo ruolo politico e per il vasto mecenatismo e il rinvenimento di elementi con il suo stemma nel tesoro di chiese di provincia segnala rapporti di scambio culturale e istituzionale. Ma anche la permanenza dell’Arcivescovo di Nazareth nella sfera ecclesiastica locale è attestata dalla tradizione e dalla documentazione, letta alla luce delle crisi che interessarono la Terra Santa e le reti di mobilità ecclesiastica medievale: con la caduta delle sedi latine in Oriente e le turbolenze politico-militari dell’epoca, molti titoli e uffici si trasferirono simbolicamente o in esilio verso realtà più sicure dell’Europa mediterranea: Barletta, per la sua posizione costiera e per le sue reti di comunicazione, fu uno dei luoghi in cui tale memoria istituzionale venne conservata, contribuendo a elevare il profilo della città e della sua chiesa sul piano simbolico e organizzativo.
La Cattedrale di Santa Maria Maggiore di Barletta è dunque un organismo che accumula e restituisce memoria: dalla stratificazione funeraria dauna al complesso romanico, dalle introduzioni gotiche al riuso di colonne antiche, ogni elemento parla di continuità, adattamento e identità. In essa convergono esigenze liturgiche, pratiche di patronato e narrazioni devozionali; la pietra e gli arredi sono tasselli di un mosaico che si collega anche alle reti ecclesiastiche più ampie. Leggere la Cattedrale di Barletta significa ricostruire una trama complessa: scoprire come le élite locali si rappresentavano, quali tecniche artistiche circolavano e si mischiavano e in che modo la memoria di sedi lontane veniva preservata. Per il visitatore attento la cattedrale non è un monumento statico ma un archivio aperto: ogni capitello, stemma, altare e paramento invita a indagare i nodi di una storia che intreccia locale e globale, potere e pietà, tecnica e simbolo. Prenderne atto significa restituire voce a chi, nei secoli, ha lavorato, pregato, finanziato e meditato in quello spazio: una comunità che, attraverso la pietra e l’arte, ha voluto lasciare un segno duraturo nei secoli a venire.
Gaia@Romaniello
